Dai vertici della Fifa agli incarichi all’Onu, Orbán prepara il suo futuro

Il destino dell’ex presidente è ancora top secret e fa discutere l’Ungheria

Stefano Giantin

È stato per quasi due decenni l’uomo forte di Budapest, in costante guerra con i principi “liberali” della Ue, fautore di misure durissime contro migranti, di mosse controverse contro media non allineati, magistratura, società civile, Ong, comunità Lgbt. E protagonista di abboccamenti con leader controversi, da Trump all’argentino Milei, fino a Putin e Xi Jinping, arrivando a Vučić e Dodik nei Balcani.

Da aprile, dopo la cocente, storica sconfitta alle urne, si era defilato dalla scena, lasciando aperte congetture e dubbi sul suo futuro, non solo politico. Ora, tante tessere di un complesso puzzle sembrano scoprire cosa riserva il suo avvenire, tra promesse di «resistenza» e voci di un “rinascere” altrove. Avvenire di Viktor Orbán, fino allo scorso aprile leader populista indiscusso, in Ungheria e modello per molti sovranisti, che è sempre più tema caldo, a Budapest e fuori.

Quale il possibile destino di una figura chiave della politica in Europa, almeno fino al 12 aprile scorso? 12 aprile, ricordiamo, che è stato il giorno che ha visto trionfare la sua nemesi, il leader di Tisza, Peter Magyar, capace di rovesciare il banco e conquistare la maggioranza assoluta al Parlamento di Budapest.

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Peter Magyar

Quattro mesi dopo, Orbán – nell’ombra – starebbe alacremente lavorando per assicurarsi un futuro sicuro. All’estero. Quali le opzioni?

A Budapest circolano con sempre maggior insistenza indiscrezioni - negate dal suo entourage - che l’ex premier stia mirando nientemeno che al grande calcio internazionale, cioè la Fifa, attualmente sotto il discusso controllo di Infantino.

Non è proprio una sorpresa. Orbán, da ragazzo, si vantava di essere un grande conoscitore di football e di guardare sei match al giorno. Buon dilettante, Orbán aveva scelto proprio la finale dei Mondiali 1998 in Francia come meta per il suo primo viaggio ufficiale all’estero, da premier. E Orbán è stato visto anche ai Mondiali Usa, alla semifinale Francia-Spagna a Dallas, seduto con famiglia in tribuna d’onore, mentre il presidente dell’omologo magiaro della Figc, Sándor Csányi, fra i vicepresidenti Fifa, chiacchierava amabilmente con Infantino nello stesso stadio.

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La premier Giorgia Meloni con il primo ministro ungherese Viktor Orbán

«Non è stato un caso», ha sostenuto l’autorevole giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi, che ha tuttavia illustrato che il presunto piano appare di difficile realizzazione. Orbán, infatti, per mirare a una posizione apicale nella Fifa – forse una poltrona da vicepresidente – dovrebbe prima assicurarsi un ruolo nella Mlsz, la Federazione ungherese – oggi guidata da Csányi, uomo assai vicino all’ex premier.

Orbán tuttavia avrebbe in serbo anche un piano B”, un incarico di vertice che, secondo le ricostruzioni, potrebbe garantirgli ampi privilegi e immunità diplomatiche. Addirittura una posizione di prestigio all’interno delle Nazioni Unite, forse come vice Segretario generale.

Di certo, in quest’estate torrida, Orbán non è rimasto con le mani in mano, coltivando rapporti che potrebbero rivelarsi importanti. Lo ha fatto visitando in gran segreto ma poi è stato paparazzato da media locali la Serbia, per la precisione il festival nazionalpopolare delle trombe di Guča, accompagnato da Oszkár Világi, miliardario slovacco-ungherese e vicedirettore generale della compagnia petrolifera e del gas ungherese Mol – sul punto di acquistare il colosso serbo Nis. Con loro, anche l’architetto Dániel Taraczky, coinvolto nel progetto della tenuta di Hatvanpuszta, la “Versailles” della famiglia Orbán, una proprietà che ha suscitato notevole attenzione politica e pubblica in Ungheria.

Ma Viktor Orbán è tornato a essere attivo anche nel suo Paese, in Ungheria, annunciando lotta dura contro quella che sarebbe «una tirannia, non una democrazia», ossia il nuovo governo di Magyar. Un Esecutivo, secondo l’ex presidente ungherese, da contrastare con una «resistenza pacifica».

Sempre che Orbán non faccia prima le valigie, verso lidi stranieri, per nuovi incarichi.

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