L’appello di Maurizio Tremul, presidente uscente dell’Unione italiana: «Dobbiamo restare un popolo unico»

Alla guida per 35 anni degli italiani in Slovenia e Croazia, il presidente uscente fa il punto su risultati e dossier incompiuti: «Accordo con gli esuli da implementare, come il bilinguismo»

Stefano Giantin

 

 

Per più di tre decenni è stato la figura più rappresentativa della comunità, costantemente ai massimi vertici dell’Unione Italiana (Ui), la principale organizzazione che rappresenta gli italiani che ancora oggi vivono in Slovenia e in Croazia. E lo ha fatto sempre in ruoli da protagonista, da presidente o da “premier”, leggi numero uno della cosiddetta Giunta esecutiva. Oggi, invece, dopo più di 35 anni a cavalcare l’onda, sembra voler fare un passo indietro. Ma non certo ritirandosi dalla scena politica, ma puntando invece all’Assemblea dell’Ui per il quadriennio 2026-30 – un passaggio che però non appare del tutto scontato. Ma è questo il destino che si è scelto Maurizio Tremul, dal 2018 presidente dell’Ui, che con Il Piccolo fa il punto sulla sua storia politica, ma anche sulla nostra comunità in Slovenia e Croazia – un «unico popolo» a prescindere dai confini – sul suo passato, il presente e soprattutto il futuro.

Dopo oltre 35 anni ai vertici dell’Unione Italiana, lei ha evocato la volontà di correre per l’Assemblea e non per la presidenza o la Giunta esecutiva. Conferma questa decisione? E perché l’ha presa?

«Il presidente della Giunta esecutiva Demarin e dell’Unione italiana Corva sono stati già eletti direttamente il 31 maggio scorso. Tenuto conto della mia esperienza, delle consolidate ampie relazioni frutto di anni di lavoro e impegno serio e responsabile, ho dato la mia disponibilità mettendomi al servizio dell’Ui per la presidenza dell’Assemblea».

Se guarda indietro alla sua lunga stagione alla guida dell’Ui, qual è la battaglia che rivendica di più? E qual è invece il dossier che considera rimasto incompiuto?

«Il dossier incompiuto è l’unitarietà dell’Unione italiana e della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, dissolta con il colpo di mano del 9 gennaio del 2024. Le battaglie più importanti sono il memorandum trilaterale del 15 gennaio 1992, il trattato bilaterale italo-croato sulle minoranze del 1996, il finanziamento diretto dell’Italia all’Ui di Fiume, la proiezione europea dell’Unione, ma anche la “lex specialis” del 2006 sulla cittadinanza italiana. Senza dimenticare il Centro multimediale italiano “Gravisi” a Capodistria, l’Incubatore d’impresa “Istria” di Santa Lucia, la registrazione dell’istroveneto quale patrimonio culturale immateriale della Slovenia e della Croazia».

Cosa si sente di raccomandare a chi verrà dopo di lei alla guida dell’Ui?

«Umiltà e verità. Mantenimento di una postura istituzionale integra e inclusiva. Costruire una visione strategica partecipativa frutto del dialogo, del rispetto della persona, del pluralismo e della democrazia. Articolare un pensiero critico e svolgere un’azione esemplare dal punto di vista etico».

Che tipo di Unione Italiana serve oggi agli italiani di Slovenia e Croazia: un’organizzazione più politica, più culturale, più sociale, oppure una più capace di parlare ai giovani e ai nuovi bisogni della comunità?

«Credo serva un’Unione impegnata politicamente e punto di riferimento del territorio, plurale, consapevole delle proprie potenzialità, culturalmente innovativa anche nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale, solidale, che ascolti e parli alle persone. E che trasmetta la nostra identità, lingua e cultura alle nuove generazioni».

Molta strada è stata percorsa nella riconciliazione sul fronte degli esuli giuliano-dalmati. Ma quali sarebbero ancora i passi necessari per una piena pacificazione?

«La pacificazione è stata compiuta il 12 maggio del 2012, con il percorso della memoria e della riconciliazione che abbiamo organizzato assieme al Libero Comune di Pola in esilio e alle associazioni degli esuli. L’accordo tra Ui e FederEsuli del 2021 va poi implementato con la mappatura delle sepolture delle vittime dei totalitarismi del secolo scorso, con progetti congiunti e con la creazione di istituzioni culturali e organizzative comuni tra esuli e rimasti».

Senza l’esodo, come sarebbero oggi l’Istria, il Quarnero e la Dalmazia?

«Indubbiamente sarebbero molto diversi, ma il nostro compito è quello di continuare a costruire su questo territorio percorsi di amicizia, pace, fraternità, di “cross-fertilization”, di dialogo interculturale, di conoscenza della storia, di rispetto reciproco e delle memorie di ognuno. E di valorizzazione del nostro patrimonio culturale in chiave europea dove lingue e identità diverse rendono unica questa realtà».

La comunità italiana dalla fine della ex Jugoslavia è divisa da sistemi statali, fiscali e amministrativi di fatto diversi, fra Slovenia e Croazia. L’ingresso dei due Stati nella Ue ha però mitigato i problemi: ha senso oggi insistere ancora sull’unitarietà della comunità italiana?

«Uno dei principi fondamentali sui quali abbiamo costruito la nuova Ui è proprio l’unitarietà della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia. Per me questa non è una mera formula organizzativa: è un principio etico, umano, culturale e storico. È un valore. Noi siamo un unico popolo».

E il bilinguismo? Viene rispettato come si dovrebbe?

«No, non viene rispettato come dovrebbe: serve un rinnovato impegno e una volontà politica delle autorità locali e nostra in primis. Dobbiamo far comprendere la bellezza del bilinguismo, così come lo sono i baci bilingui. Dobbiamo dare l’esempio alle nostre figlie e i nostri figli utilizzando l’italiano sempre e dovunque: in famiglia, nel sociale, sul lavoro».

Un’ultima battuta: quali sono i politici italiani, sloveni e croati che hanno contribuito di più a cambiare la storia, in positivo, della comunità italiana?

«Ogni elenco comporta il rischio di dimenticare qualcuno. I nomi non sono citati in ordine di importanza: De Michelis, Giovanardi, Prodi, Gasparri, Cossiga, Scalfaro, Napolitano, Ciampi, Mattarella, Meloni, Fini, Tajani, Fassino e Borme, per l’Italia. Ma ci sono anche Battelli, Pahor, Drnovšek, Franco Juri, Aurelio Juri, Janša, Peterle per la Slovenia. E Radin, Jessica Acquavita, Plenković, Jakovčić, Mesić, Josipović, Miletić, per la Croazia».

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