La guerra dei vessilli in Slovenia, la proposta di legge: «Via dagli edifici pubblici»
Proposta di legge viene da Resni.ca (Verità) partito esterno che fa da stampella al governo di centrodestra, nel mirino ci sono le bandiere palestinesi e Lgbt

È guerra delle bandiere in Slovenia e un ruolo fondamentale lo sta giocando la stampella esterna su cui si regge l’intera nuova maggioranza slovena, un partito populista e anti-sistema che, ora, vuol dire la sua. Ma la prima proposta della formazione sta provocando grande clamore. E rischia di approfondire ulteriormente il solco che separa governo, presidente e opposizioni.
L’iniziativa parlamentare
In Slovenia sta facendo molto discutere l’iniziativa di Resni.ca (Verità), partito guidato dall’attuale presidente del Parlamento Zoran Stevanović, formalmente non parte della maggioranza, ma dal cui appoggio esterno dipende la sopravvivenza dell’esecutivo Janša. Iniziativa parlamentare, con le procedure in questo senso già avviate, che mira a modificare la legge su stemmi, bandiera e inno, vietando espressamente l’esposizione, sui palazzi pubblici in Slovenia, di bandiere non slovene che vengano volutamente issate «per sostenere un Paese» straniero «o una causa». Il divieto dovrebbe essere esteso anche a striscioni e scritte politicamente orientate, ha informato l’agenzia di stampa slovena Sta.
Se le modifiche legislative saranno adottate, ispettori ad hoc saranno incaricati di vigilare sul rispetto delle nuove regole. E sono previste multe, fino a 5.000 euro. Ma che cosa si vuole vietare? Stevanović ha chiarito che in futuro «le bandiere di Stati stranieri, di alcuni movimenti e associazioni non troveranno più spazio sui palazzi pubblici». E il riferimento, neppure troppo implicito, non è sfuggito a nessuno. Tutti, a Lubiana, hanno infatti collegato le parole di Stevanović alla “guerra” sulle bandiere palestinesi. Una, che era esposta ai tempi del premier Golob sul palazzo del Governo, è stata immediatamente rimossa appena insediato il governo Janša. Ma lo stesso vessillo – una forte reazione politica – è ricomparso sulla sede della Presidenza, per volontà di Nataša Pirc Musar. Non si tratterebbe però di una mossa ad personam, ma di una soluzione «a un problema sistemico», ha giurato il leader di Resni.ca. «Abbiamo visto anche bandiere israeliane, palestinesi e ucraine, che non hanno davvero posto sulle facciate delle istituzioni ufficiali», ha sostenuto.
Nel mirino anche la bandiera Lgbt
Ma c’è di più. A essere vietata – potenziale miccia di roventi polemiche – sarà anche la bandiera Lgbt, spesso esposta durante i Pride sulla facciata della Presidenza, ha confermato Stevanović. Bandiera, ricordiamo, che era già stata tolta a giugno dalla facciata del ministero della Cultura, una «rappresaglia ideologica», l’aveva definita l’ex titolare del dicastero, Asta Vrečko. Solo una boutade, quella del leader di Resni.ca? Non sembra proprio. La proposta di Resni.ca sarà sostenuta da Nuova Slovenia e dall’Sds di Janša, ha annunciato lo stesso premier. «Che ognuno appenda a casa propria» il vessillo che vuole, ma non su edifici di «istituzioni statali», ha detto Janša. Pirc Musar ha fatto sapere che rispetterà l’eventuale divieto. Ma non smetterà di difendere diritto internazionale e diritti Lgbt.
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