Uniti per ricordare l’orrore trent’anni dopo il genocidio di Srebrenica
La cerimonia a Sarajevo per commemorare il genocidio compiuto dai serbi di Bosnia. Le parole di Mattarella: «Emblema degli orrori in cui potevamo ricadere»

Il tempo non cancella l’orrore del genocidio di Srebrenica, la cittadina bosniaca che in questi giorni, a 30 anni dal più grave massacro di civili in Europa dalla Seconda guerra mondiale, sta rivivendo il dolore e lo sdegno per i massacri indiscriminati compiuti dalle forze serbo-bosniache al comando di Ratko Mladić. Gli eccidi segnarono l’ora più buia dei conflitti fratricidi che negli anni Novanta sconvolsero e portarono alla dissoluzione l’allora Federazione jugoslava.
Migliaia di persone sono affluite al Cimitero memoriale di Potočari, alle porte di Srebrenica, per commemorare e rendere omaggio alle oltre 8 mila vittime del genocidio compiuto 30 anni fa dai soldati serbo-bosniaci. Familiari, parenti, comuni cittadini in silenzio e tra le lacrime si sono raccolti davanti alle tombe dei propri cari, nella sterminata spianata di stele bianche. È lì che sono stati tumulati proprio ieri i resti di altre sette vittime del genocidio, identificate negli ultimi dodici mesi.
La sera precedente al cimitero erano giunti i 6 mila partecipanti alla Marcia per la pace, fra i quali numerosi giovani italiani, che hanno percorso a ritroso i cento chilometri coperti dalle migliaia di bosniaci musulmani in fuga verso Tuzla dopo l’occupazione di Srebrenica nel luglio 1995 ad opera delle forze serbo-bosniache.
Alle cerimonie per il 30esimo anniversario di quei fatti hanno partecipato le autorità politiche e religiose della Bosnia-Erzegovina, e numerosi capi di Stato e di governo, ministri e rappresentanti di organizzazioni internazionali. Nessuna presenza, come di consueto esponenti della Serbia e della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, che non accettano la definizione di genocidio per Srebrenica.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato «una tragedia che, a dispetto delle migliori speranze, fu emblematica degli orrori indicibili in cui poteva sprofondare nuovamente l’Europa, sulla scorta di azioni che riprendevano l’orrendo vessillo della “pulizia etnica” sotto il pretesto di affermazioni nazionalistiche, in un’area – i Balcani – caratterizzata da sempre dall’essere crogiolo di incontro e convivenza tra i popoli e le culture. Gli anni trascorsi non attenuano l’urlo di dolore delle vittime, che continua a risuonare attraverso le testimonianze dei familiari che sono loro sopravvissuti».
«L’Unione europea – così la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – non dimenticherà mai ciò che accadde. Riconosciamo la nostra responsabilità per non essere riusciti a prevenire e fermare il genocidio. Rifiutiamo e condanniamo fermamente qualsiasi negazione, distorsione o minimizzazione, così come la glorificazione dei criminali di guerra», ha aggiunto von der Leyen, sottolineando la «grande responsabilità» in tal senso dei leader politici, «in particolare in Bosnia-Erzegovina e nei Balcani occidentali».
Da parte sua, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha riconosciuto l’«orribile crimine» e ribadito il suo cordoglio ai familiari delle vittime bosniache. «Non possiamo cambiare il passato, ma dobbiamo cambiare il futuro. Ancora una volta, a nome dei cittadini della Serbia, esprimo le mie condoglianze, convinto che un tale crimine non si ripeterà mai più», ha scritto su X. Dieci anni fa, allora primo ministro, Vučić si era recato al Cimitero memoriale, ma al termine dell’evento era stato bersagliato da un lancio di sassi, bottiglie e oggetti da parte di un gruppo di bosgnacchi musulmani.
Il segretario generale della Nato Mark Rutte, in un intervento video alle cerimonie commemorative ha definito il genocidio «una delle pagine più buie della storia europea. Una pagina che ha devastato un’intera regione e le cui conseguenze persistono ancora». Parlando dell’importanza dell’accordo di Dayton, che nel 1995 pose fine alla guerra di Bosnia, Rutte ha affermato che, sebbene non perfetto, «resta un pilastro della stabilità della Bosnia-Erzegovina».
Per il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo sono state emesse una cinquantina di condanne per oltre 700 anni di carcere contro ex militari, poliziotti e dirigenti dei servizi serbi. All’ergastolo sono stati condannati i due primi responsabili, il generale Ratko Mladić (83 anni) e Radovan Karadžić (80 anni), rispettivamente capo militare e leader politico dei serbi di Bosnia. Entrambi in precarie condizioni di salute sono detenuti il primo nel penitenziario del tribunale dell’Aja a Scheveningen, il secondo in un carcere dell’Isola di Wight in Gran Bretagna.
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