Code e disagi per i controlli digitali alle frontiere: «Umiliati i cittadini fuori dall’Ue»

Lunghe ore di attesa senza fine con il sistema introdotto su ingressi e uscite dall’area Schengen. La protesta rivolta a Bruxelles

Stefano Giantin
Coda a un valico nei Balcani
Coda a un valico nei Balcani

L’ultimo collasso di una serie ormai lunga si è registrato solo qualche giorno fa, durante il weekend del Primo Maggio. Per comprenderne le dimensioni bastava andare ad esempio, sul portale dell’Hak, l’Automobile club nazionale croato, che indicava in otto ore il tempo d’attesa per uscire dalla Croazia in valichi con la Bosnia come quelli di Stara Gradiška, con ore e ore previste anche ai punti di frontiera con la Serbia, in testa quello autostradale di Bajakovo. Stesso calvario in valichi tra Serbia e Ungheria. E si poteva anche osservare, via telecamere Hak alle frontiere, gli infiniti serpentoni di auto ferme in attesa di passare i controlli. Dentro, generalmente, famiglie con bambini, anziani, qualche turista, emigranti.

È questa l’istantanea dei continui problemi che riguardano il cosiddetto Entry/Exit System (Ees), il nuovo sistema fortissimamente voluto per il controllo digitale di ingressi e uscite dall’area Schengen, lanciato gradualmente a partire dal 12 ottobre scorso ed entrato pienamente in funzione in aprile. I controlli saranno più rapidi ed efficaci e nessuno potrà più “barare”, ossia stare nella Ue più a lungo dei 90 giorni su 180, aveva promesso Bruxelles che ha investito massicciamente in apparecchi per il riconoscimento facciale e per prendere le impronte digitali ai viaggiatori extra-Ue, “archiviando” i passaporti.

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La redazione

Le promesse si stanno tuttavia sgretolando, quantomeno sul fronte della celerità delle procedure. Lo si vede ai confini tra Balcani e Ue, in testa con la Croazia, dove le file sono all’ordine del giorno, i disagi inenarrabili appena il traffico si fa un po’ più sostenuto del normale. E l’estate – con il transito di turisti e il rientro degli emigranti – rischia di trasformarsi in un vero inferno. «Ci sarà mai una soluzione a tutto questo?», si chiede Rose Miklos, postando foto dei tempi d’attesa alle frontiere sul gruppo Facebook “Granični prelazi: trenutno stanje (pomozi drugima)” (Valichi, stato attuale – aiuta gli altri), che ha ormai superato i 317 mila membri. «La terra di nessuno tra Batrovci e Bajakovo è piena», avvisa invece Jovanka, mentre Tatjana sconsiglia anche di optare «per Tovarnik», pure al collasso. «Jasenovac-Gradina, una catastrofe», il grido d’aiuto di Zoran, bloccato lì al confine il Primo Maggio, giornata campale per decine e decine di migliaia di viaggiatori, mentre altri parlano di «segregazione» o «apartheid». E di assoluta «vergogna».

Al di là delle voci dei cittadini, qualcosa sembra muoversi. A denunciare il caos non sono più solo singoli, ma anche voci autorevoli. Tra esse il politico bosniaco Saša Magazinović, fra i più in vista a Sarajevo, che ha scritto una lettera aperta alla Ue chiedendo uno stop «alle umiliazioni e ai maltrattamenti» di tutti i cittadini balcanici che devono varcare le frontiere. L’Ees viene visto nei Balcani «come qualcosa di peggiore dell’epoca dei visti», ha sottolineato Magazinović. E quelle ore di attesa ai confini «sono un messaggio pessimo» per Paesi che aspirano, da tanto, all’adesione, per cittadini che leggono il tutto, giustamente, «come una barriera alla libertà di circolazione».

Qualcuno già presta ascolto alle lamentele. È la Grecia, che - ha svelato la console serba a Salonicco - dovrebbe informalmente sospendere l’Ees da giugno a settembre, proprio per venire incontro alle centinaia di migliaia di turisti balcanici che “invadono” pacificamente le spiagge elleniche ogni anno. Ma i media britannici – anche gli inglesi sono stati negativamente impattati dall’Ees – sostengono che anche altri Paesi se

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