Tra maraschino e malvasia: il viaggio in mare da Zara a Ragusa

Le storie del territorio si incrociano con quelle dell’Esodo, dei rimasti, della Serenissima

Maurizio Crema
La barca Jancris
La barca Jancris

Questa è la quarta e ultima puntata di un diario di bordo: con i suoi scritti Maurizio Crema sta raccontando le tappe del ketch Jancris lungo le Rotte della Malvasia, da Chioggia, a Trieste, all’Istria, alla Dalmazia, fino a Ragusa / Dubrovnik.

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Dall’isola di Ugliano sembra di poter toccare Zara. La città per secoli il più importante caposaldo di Venezia in Dalmazia è a poche miglia. La barca a vela Jancris delle Rotte delle Malvasie è ormeggiata all’ancora davanti alla marina. L’isola è dominata dai resti di una fortezza della Serenissima, una presenza che qualche guida cerca un po’ di oscurare, come a Zara.

Eppure i legami sono secolari e l’architettura della città lo dimostra a suon di leoni alati e finestre gotiche. Qui passò la quarta crociata, quella che mise a ferro e a fuoco Costantinopoli invece di liberare Gerusalemme e portò in dote a Venezia, che aveva finanziato la spedizione e fornito decine di navi, questa città e una bella fetta dell’impero bizantino, isole, porti, la scoperta della Malvasia.

Le rotte della Malvasia passano dalla storia delle coste istriane
La redazione
Rovigno al tramonto

Dopo la Prima Guerra Mondiale la città andò all’Italia. Il terribile bombardamento alleato nel 1944 e la conquista titina spazzò via la presenza italiana e inghiottì gran parte di una grande famiglia di imprenditori, i Luxardo. «La scorsa Pasqua ho potuto dormire nella stanza affacciata sul mare dove sono nato», racconta Franco Luxardo, 90 anni portati con energia, impegnato con la sua famiglia nell’azienda che produce liquori a Torreglia

 

«Quello che era il nostro palazzo dopo anni di abbandono oggi è diventato un grand hotel. È stata una grandissima emozione svegliarsi lì. Bello viverla con la mia famiglia compresi i tre nipoti, che per la prima volta hanno visto questa città da dove partivano i nostri prodotti per tutto il mondo. Pensi che ho scoperto tra gli archivi una bolla per un carico di maraschino che nel 1868 era diretto in Cina e Giappone». Un ritorno a rotte antiche, chissà non si siano incrociate con quelle della Malvasia, che da queste parti non sembra prodotta in purezza ma viene servita dappertutto nella città vecchia.

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«Nella contea di Zara ci sono circa 160 italiani, la comunità è rinata da poco e l’abbiamo intitolata a Girolamo Luxardo», racconta il presidente Senol Selimovic. «Quello che è successo dopo la guerra, col dramma dell’esodo quando Zara ha perso i due terzi dei suoi abitanti per la maggior parte italiani, è stato confinato nei racconti familiari. Negli ultimi anni, specialmente dopo l’entrata della Croazia nella Ue, si può parlare più liberamente di quei fatti drammatici. La memoria di Venezia invece mi sembra ancora confinata nella dimensione accademica, non è una storia che ha una sua vita nell’opinione pubblica».

C’è anche un altro esilio. «Ai margini di Zara, in Borgo Erizzo, vivevano e vivono ancora persone di origine albanese, gli arbanasi. Arrivarono qui 300 anni fa e abbracciarono la cultura veneziana tanto che molti scelsero l’esilio quando finì il regno d’Italia», spiega Selimovic. «Gli italiani rimasti sono doppiamente esclusi dalla storia. Da quella italiana che parla delle emigrazioni forzate e loro hanno una memoria diversa perché sono rimasti, ma anche da quella slovena e croata, che descrive un’emigrazione volontaria e gli italiani di qui sanno bene che non era così – dice Katja Hrobat Virloget, autrice del libro “Esodo. Il silenzio di chi resta” (Bottega Errante) –. Dalle prime interviste che ho fatto a Zara emerge che erano molto più stigmatizzati che in Istria. Qui non c’erano scuole, giornali, non potevano nemmeno parlare la loro lingua, perché l’italiano era visto come fascista».

Jancris riprende a navigare verso Sud, mancano ancora circa 200 miglia per arrivare a Ragusa Vecchia, il porto del Konavle, i Canali, dove la Malvasia è risorta dopo la guerra nell’ex Jugoslavia. È l’antica colonia greca di Epidaurus, un nome che richiama prepotentemente al Peloponneso, da dove la storia della Malvasia è iniziata molti secoli fa. Come ricorda Gherardo degli Azzoni Avogadro Malvasia, che vive tra Treviso e Monemvasia. «Un posto ancora magico, fuori dal tempo. Era un porto tra Oriente e Occidente, le viti venivano coltivate in terraferma», osserva l’architetto, storico e produttore “eroico”. Col successo arrivarono anche i traffici di tutti i tipi. E diventò il vino del Mediterraneo».

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