Vannacci e il divorzio dalla Lega: dove finiscono i voti del Generale?

Salvini rivendica il consenso del partito, il leader di Futuro nazionale i suoi 500 mila nomi sulla scheda. Tra "cambi di casacca" e mandato libero, ecco cosa c'è in gioco

Fabio BordignonFabio Bordignon

Di chi sono e, dunque, dove andranno i voti di Vannacci? Dopo il divorzio tra il generale e il capitano leghista, la domanda è sulla bocca di tutti. Anzitutto, sulla bocca dei diretti interessati. Sono voti della Lega, rivendica Salvini (incluso il voto personale del segretario e dei suoi famigliari). Sono voti miei, ribatte il leader della neonata Futuro nazionale. Quindi – implicito corollario – li porto dove voglio.

A parte l’osservazione, scontata, che i voti appartengono a chi li ha espressi – e solo loro potranno decidere a chi affidarli – il “dibattito” incrocia diverse questioni, che vale la pena provare a mappare. C’è la questione che potremmo definire politico-strategica. Quanto vale, elettoralmente, la nuova compagine vannacciana?

Chi beneficerà e chi sarà danneggiato dalla sua presenza sulla scheda? Quesiti cui è probabilmente troppo presto per dare una risposta. Tra il 2 e il 4%, si dice. Da sempre le persone contano, nella raccolta del consenso. Da qualche decennio, contano di più. Da quando i partiti sono diventati brand personali e, nel mercato elettorale, ai partiti personali o personalizzati si affiancano singoli candidati capaci di catalizzare il voto.

È il caso del marchio-Vannacci, che alle ultime Europee è stato chiamato in soccorso del marchio-Salvini. Risultato: oltre mezzo milione di preferenze; persone che, effettivamente, sulla scheda hanno scritto “Vannacci”. Sono dunque voti suoi? Tutto da vedere. Va comunque ricordato che sono stati raccolti sotto le insegne della Lega, attraverso la macchina elettorale della Lega. Meglio rimandare la risposta di almeno un po’, lasciando all’opinione pubblica il tempo di metabolizzare la novità. Non sappiamo ancora, ad esempio, se il partito di Vannacci si collocherà dentro o fuori del perimetro del centro-destra.

C’è poi una questione politico-normativa o, se preferite, politico-morale. Riguarda il rapporto tra elettori ed eletti. La natura della delega politica. Cosa può fare Vannacci (e chi deciderà di seguirlo) dei “suoi” voti – intendiamo, adesso, da qui alle prossime consultazioni, nell’esercizio del proprio mandato all’euro-Parlamento? Dovrebbe dimettersi? È libero di accasarsi in un nuovo raggruppamento? La letteratura su cambi di casacca ed episodi di scissione offre numerosi precedenti. Sempre accompagnati da feroci, reciproche accuse di tradimento. E la Lega già propone una norma anti-transfughi.

Il nodo del chi-tradisce-chi, tuttavia, non è semplice da sciogliere. Quanto forte e vincolante deve essere il patto stipulato al momento del voto? Quanto resistente rispetto a condizioni che possono mutare, nell’orizzonte di una legislatura? Chi, poi, è davvero fedele al patto stipulato con gli elettori: il Vannacci che rimane nel partito nel quale dice di non riconoscersi (più) o il Vannacci che opta per la scissione? Il Vannacci che, per calcolo, si candida in un partito che (ora) non sente “suo” o il Vannacci che, al momento opportuno, prova a mettersi in proprio? Soprattutto, chi è davvero in grado scindere le motivazioni ideali da quelle strumentali?

La democrazia moderna opta per il principio del mandato libero. Su tutto il resto, lascia il giudizio ai cittadini. 

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