Scaduto il patto sul nucleare, liberi tutti ma niente allarmi
Il documento era stato firmato inizialmente nel 1991 da Russia e Stati Uniti per limitare e ridurre in modo verificabile gli armamenti strategici. Adesso, Mosca e Washington possono in teoria cumulare bombe atomiche a piacimento, ma voci da Abu Dhabi riferiscono di una proroga di sei mesi in arrivo

Liberi tutti, ma niente allarmi, non più del solito. È scaduto alla mezzanotte di mercoledì New Start, il patto firmato inizialmente nel 1991 da Russia e Stati Uniti per limitare e ridurre in modo verificabile gli armamenti nucleari strategici. Adesso, Mosca e Washington possono in teoria cumulare bombe atomiche a piacimento, ma ieri rimbalzavano voci da Abu Dhabi di una proroga di sei mesi in arrivo, dopo che il portavoce del Cremlino aveva ambiguamente invitato a un rinnovo, avvertendo che “il mondo sarà in una situazione più pericolosa”. Comunque vada, è difficile dirsi sicuri quando le grandi potenze hanno sino a 1.550 testate negli arsenali, una dote in parte intercontinentale che basta abbondantemente a polverizzare la Terra. Non potevamo sentirci del tutto tranquilli prima, non possiamo farlo ora. Tuttavia, nel pieno della riscrittura delle relazioni multilaterali accelerata dalla Casa Bianca, il quadro potrebbe migliorare anziché no.
Il primo Start è stato siglato il 31 luglio 1991 da George Bush e Michail Gorbaciov, poco prima della caduta dell’Unione Sovietica. Gli analisti celebrarono, quel giorno, “la fine della guerra fredda”, confermata dalla versione bis dell’intesa, Start II, che Bush definì con Boris Eltsin nel 1993. Quest’ultimo, dal 1997, contrattò una terza edizione con Bill Clinton, senza successo. Si arrivò a una stretta solo nel 2022, con il più debole Sort, che limitava a 1700-2200 il numero di testate per parte e proibiva le bombe multiple. Nel 2010, Barack Obama e il presidente pro tempore russo Medvedev finalizzavano New Start, entrato in vigore dal 2011 e spirato ieri, evento non sconvolgente visto che Putin Aveva sospeso la sua partecipazione, senza però ritirarsi, dopo l’aggressione all’Ucraina. Qui siamo. Non necessariamente più esposti di prima.
Russia e Usa detengono l’85 per cento delle armi nucleari; per costruirle hanno speso 10 mila miliardi di denaro pubblico. La Cina ha raddoppiato il potenziale atomico in dieci anni ed è in rotta verso il migliaio di testate. Le statistiche ufficiali dicono che le altre sono in Francia (290), Regno Unito (170), Pakistan (170), India (164), Israele (90) e Corea del Nord (30). Il timore americano è che ci stia arrivando pure l’Iran, sospetto che ha portato lo Zio Sam a schierarsi a distanza di tiro da Teheran. Il presidente potrebbe scatenare un attacco dalle ragioni più economiche che umanitarie, in cui la possibile atomica degli Ayatollah è più un pretesto che altro.
L’apertura di Putin al prolungamento di Start è una trappola e un segno di debolezza. La cautela americana ha senso, è inutile parlare troppo di pace con chi fa la guerra: accettare il tavolo, colpirebbe Zelensky. Giusto lasciar correre la palla e tentare, come suggerisce Trump, un discorso con Cina e Indosfera. Si può poi credere che un costoso riarmo non sia la scelta del momento: il Cremlino è al fronte, Washington punta sul Golden Dome. Non ci può essere sintonia finché Kiev è bombardata e l’assenza di un trattato può amplificare la funzione di deterrenza della Bomba, visto che è Mosca che insegue. Un nuovo accordo dovrà essere più ampio nella partecipazione e più efficace dei controlli. Nel frattempo, è facile che non succeda un gran che se non a parole.
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