Il piano di Trump ad Ankara: l’Europa paghi il riarmo Usa mentre Washington guarda al Pacifico
Al vertice Nato il tycoon esige il 5% del Pil per la difesa e attacca Meloni. Rutte fa da mediatore, ma l'asse Alaska con Putin e lo stallo sull'Ucraina mostrano un'Alleanza a geometrie variabili

Va in scena ad Ankara il vertice annuale della Nato. In discussione pochi ma rilevanti punti: la verifica, chiesta dagli Stati Uniti agli altri partner, del loro impegno a aumentare la spesa militare; il sostegno all’Ucraina.
Nonostante l’ottimismo del sin troppo accomodante segretario generale Rutte, che per salvaguardare la traballante Alleanza Atlantica, e il suo personale futuro, non solo evita ogni attrito con l’inquilino della Casa Bianca ma giunge persino a lodarne il pressing sugli altri membri perché facciano lievitare al 5 per cento il loro apporto finanziario, Trump resta palesemente insoddisfatto dei modi e i tempi in cui si dipana il percorso che, secondo lo stesso Rutte, dovrebbe «riequilibrare la Nato e renderla sostenibile».
Tanto da ribadire di essere deluso dall’Alleanza, di interlocutori, come Meloni, che lo hanno lasciato da solo nella guerra all’Iran, e di partecipare al summit per rispetto a un «leader forte come Erdogan», da tempo impegnato a far crescere il peso della Turchia nell’Organizzazione
All’insegna dell’“America First !”, la Casa Bianca esige un riarmo europeo, incentrato sull’esclusivo acquisto di armamenti made in Usa. Rendendo più che un sospetto l’ipotesi che a Washington interessi, più che un’Alleanza più eurocentrica, un profittevole disimpegno dal Vecchio Continente che permetta di concentrarsi sul Pacifico, eletto a teatro di scontro con la Cina. Un mutamento che un’Europa perennemente in ritardo nel comprendere la radicalità delle sfide che si prospettano e nel decidersi a dare corso a una politica estera e di difesa autonome, non è pronta a affrontare. Riproducendo, nel tentativo di guadagnare tempo, una subalternità e dipendenza verso un’America che ormai pensa alle alleanze in termini di geometrie variabili che non porta alcun frutto.
L’Ucraina è il simbolo di questa spiazzante transizione. A suo sostegno è rimasta, di fatto, solo l’Europa, che la finanzia attraverso prestiti diretti e con l’acquisto di armamenti Usa trasferiti poi a Kiev. Trump , infatti, ha un’intesa con Putin, sancita al vertice in Alaska, e si disinteressa dei contraccolpi geopolitici che una vittoria di Mosca, potrebbe avere sul fronte est e nord della Nato. Ambiguità destinata a prolungare la guerra, tanto più ora che l’Ucraina riesce a colpire in profondità il territorio russo.
L’America resta, invece, interessata al fronte sud della Nato, che la proietta in Medioriente: da qui lo stretto rapporto con la Turchia neottomana, alla quale riconosce una specifica influenza in Libia, area di interesse strategico dell’Italia chiamata a cogestirla con Ankara. Posizioni che mettono in difficoltà gli europei, incapaci di pensarsi senza obiettivi strategici condivisi con gli americani e, soprattutto, ancora privi di un proprio scudo protettivo contro le minacce esterne.
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