Per il Nobel americano Krugman l’Europa non è finita

Comparando Usa e Europa, nel suo blog l’economista di fatto nega la tesi del declino europeo. Ma il vecchio continente rischia comunque il tramonto

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Il premio Nobel Paul Krugman
Il premio Nobel Paul Krugman

L’Europa è come Venezia tra il ‘600 e il ‘700, ovvero una splendida dama però avviata sul viale del tramonto? È il timore di Mario Draghi, già Presidente di BCE. Di qui il suo libro/appello titolato “competere o perire”. È più ottimista il Nobel per l’economia Krugman. Questi, comparando USA e Europa (in realtà il riferimento è all’Euroarea), nel suo blog di fatto nega la tesi del declino europeo.

Forse eccede in ottimismo. È vero però che i dati che porta sono importanti. In specie se si guarda ad “indicatori sociali” (qualità della vita) come il welfare sociale. Perché nel caso il Vecchio Continente può dare punti agli USA. Lo riconosce lo stesso Draghi. Ma i meriti del presente sono una cosa; il rischio di declino un’altra. Il punto forte del ragionamento di Krugman riguarda la sua lettura dello stacco di produttività dell’economia statunitense rispetto all’europea.

L’economista statunitense parte da questa premessa. La crescita economica nel XXI° secolo ha preso avvio concentrandosi su un settore limitato dello sviluppo tecnologico: l’Information Technology (IT). Krugman, riportando una ricerca della FED di Chicago (disponibile in rete), osserva che a partire dagli anni ’80 del ‘900 la produttività in ambito di IT ha staccato quella del resto dell’economia. Il settore, pur riguardando l’8% dell’economia USA, ha contribuito per la metà alla crescita della produttività oltreoceano.

Insomma, se si concepisce l’economia globale come un grattacielo allora gli States con l’IT ne hanno conquistato gli attici spettanti all’Occidente. Qui Draghi suona l’allarme: gli europei vanno in bicicletta mentre gli statunitensi in jet. La sua preoccupazione è che il ritardo freni la competitività in Europa. Cosa che l’espone a marginalità. Diversa la lettura del Nobel statunitense.

Per questi, in positivo, la competitività tra aziende statunitensi operanti alle frontiere tecnologiche ha impedito loro di catturare in esclusiva al proprio interno i vantaggi dell’innovazione. Così il mercato ha trasformato la produttività in USA in caduta dei prezzi dei prodotti IT (software, ad esempio). La traslazione di ciò in Europa ne ha compensato i ritardi di produttività. È la ragione, nota Krugman, per la quale la qualità della vita nel Vecchio Continente può ancora tenere rispetto a quella in USA.

Nondimeno, l’Europa rischia lo stesso il tramonto. Tra le sue pecche, per Draghi, l’assenza di big player. Il timore è, però, che sia un deficit di capacità strutturale. È una preoccupazione sensata specie nel campo IT. Anche perché le imprese del settore sono esposte ad una logica politica che, di fronte ad attriti con gli USA, potrebbero frenare i benefici di mercato rilevati da Krugman. Che indica una via diversa, al massimo complementare, a quella di Draghi.

Per il Nobel, escludendo che in UE si possa puntare alla frontiera tecnologica, la partita va giocata sull’adozione delle innovazioni. In questo caso con la consapevolezza che la rottura con gli USA accelererebbe il cammino sul viale del tramonto.

 

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