Senza rivali, libero di fare il cattivo: così Trump ormai balla da solo
La Casa Bianca non ha nemici se non quelli che sceglie di colpire: può prendere la Groenlandia e restare impunita. L’unica speranza è il voto di medio termine: gli americani battano un colpo

Quando nelle grandi novelle c’è un “cattivo”, spunta sempre un “buono” che cerca di sfidarlo. Per questo lo scrittore britannico Graham Greene invitava tutti a prepararsi, nel momento delle difficoltà, a riconoscere il capitano dal nemico, perché così ci si sarebbe salvati. Ora il gioco è cambiato, gli schemi classici sono saltati. Chi pensa che Donald Trump, il presidente americano che vuole diventare «Re del mondo» sfruttando la potenza del suo Grande Paese, rappresenti “il male” votato a seminare zizzania geopolitica e commerciale sulla Terra per trarne potere e vantaggi economici, è costretto ad ammettere che non c’è nessuno disposto, o in grado, di frenare la sua foga. La Casa Bianca non ha nemici se non quelli che sceglie e colpisce.
Se dovesse prendersi la Groenlandia, oppure organizzasse un golpe a Cuba, potrebbe sperare nell’impunità. Non lo colpiranno le cadenti Nazioni Unite, non l’Europa divisa e impaurita, non la Cina, l’India o la Russia, ben orientate a imitare l’espansionismo dello Zio Sam. Maduro era un presidente illegittimo che portava la sua gente alla rovina. Ma il modo in cui è stato deposto sarà facilmente letto come un “liberi tutti” dalle conseguenze drammatiche.
L’operazione speciale di Caracas, progettata in spirito di “autodifesa” da Washington, infligge un colpo al diritto internazionale con cui si è tentato di governare le relazioni fra i popoli negli ultimi due secoli. È durissimo, pur non essendo il primo. Il giudizio della Storia è che si andò oltre la giurisprudenza internazionale anche quando la Nato bombardò la Serbia di Milosević, tuttavia c’era almeno la foglia di fico d’una risoluzione Onu e un concerto fra i partner atlantici, cosa che non rende gli eventi più facilmente digeribili.
In Venezuela, gli elicotteri Chinook hanno eseguito un mandato della magistratura statunitense e preso un capo di Stato che sarà giudicato con le leggi Usa. Non è una procedura accettata e accettabile, protesta l’Onu. Se la droga è una ragione per attaccare un altro Paese, avverte Oona Hathaway, docente di diritto internazionale a Yale, «allora gli argomenti per far scattare l’autodifesa diventano così numerosi da non essere più una eccezione, bensì una regola».
Trump promette di gestire lui il Venezuela. Vedremo. Potrà controllare i pozzi petroliferi, eppure è difficile prevedere sino a che punto saprà teleguidare un Paese corrotto, in mano ai cartelli della droga, con 29 milioni di abitanti il cui reddito medio annuo è sotto i tremila dollari. Attendiamoci l’inatteso.
Ci minaccia l’edificio diversamente legale edificato da The Donald, quanto le lunghe ombre che esso proietta e in cui saremo costretti a vivere nell’immediato futuro. Se Washington occupasse la Groenlandia colpirebbe un alleato Nato e dunque dovrebbe entrare in gioco l’articolo 5, secondo cui l’attacco a uno è un attacco a tutti? Ci vuole fantasia a immaginare l’Alleanza colpire l’America. E, allora, chi sarebbe il capitano se la Casa Bianca diventasse il nemico? Quale sarebbe il prezzo della sua ritirata o della sua vittoria?
Putin e Xi Jinping si fingono irritati. In realtà, nel golpe venezuelano vedono l’opportunità di «fare i Trump» anche loro. Disinnescato l’Onu, se Pechino sbarca a Taiwan, chi potrà fermarla? Nessuno. Non l’America. Non la Russia che vede nell’ex Celeste impero un gran mercato di riferimento e scova nell’«amico Donald» l’impulso per continuare l’espansione verso Ovest, Ucraina domani e Baltici dopo.
Non l’Europa, debole perché frammentata, lei che sarebbe candidata naturale a dire «Donald basta!», a diventare barriera del disordine, ma perderebbe un alleato nella difesa di Kiev e si ritroverebbe dazi stellari su pasta, vino e auto. Lo lasceranno fare, lo copieranno, e lui perseguirà la sua logica sgretolante a Gaza come a l’Avana. Con una sola possibile alternativa, meravigliosamente democratica. Che il 3 novembre, alle elezioni di medio termine, gli elettori statunitensi chiedano al presidente di gettare il distintivo di guardia del mondo, in nome del fatto che i diritti degli uni non funzionano se non ci sono i diritti degli altri. Viste le carte in tavola, è l’unica opportunità di abbassare una tensione che ha superato il livello di guardia. Non è detto che succeda o che funzioni. Il rischio è che alla forza del diritto si sostituisca il diritto della forza come chiede Trump e tutto, veramente tutto, diventi a quel punto possibile. —
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