Venezuela, chi pagherà davvero il cambiamento

Seguire il denaro non significa ridurre tutto a un colpo per il petrolio. Significa chiedersi chi paga i costi della transizione e chi incassa, nel medio periodo, un cambio di regole

Giulio BuciuniGiulio Buciuni
New York: protesta contro il movente petrolifero dell’arresto di Maduro
New York: protesta contro il movente petrolifero dell’arresto di Maduro

«Follow the money», suggeriva il film del 1976 All the President’s Men. È un buon metodo anche per leggere il regime change in Venezuela delle ultime ore. Ma seguire il denaro non significa ridurre tutto a un colpo per il petrolio. Significa chiedersi chi paga i costi della transizione e chi incassa, nel medio periodo, un cambio di regole.

Il greggio resta il primo capitolo. Il Venezuela possiede le maggiori riserve provate al mondo, concentrate soprattutto nel crude extra pesante dell’Orinoco. Un patrimonio enorme, ma non è un rubinetto. Per trasformare riserve in barili servono diluenti, impianti, manutenzione, competenze e capitali.

Qui il dato conta, perché fa cadere ogni lettura semplicistica. La produzione è scesa da circa 3,5 milioni di barili al giorno a fine anni Novanta a circa 1,1 milioni nel 2025. Non è solo una curva economica, è un segnale industriale. Infrastrutture vecchie, raffinerie in affanno, catene di fornitura interrotte. E poi le sanzioni statunitensi, che hanno aumentato il costo del capitale, limitato servizi tecnici e reso più difficile reperire pezzi di ricambio e know how operativo. Se oggi si parla di rilancio, si parla comunque di anni di investimenti, non di settimane di annunci.

La posta economica più concreta è il reindirizzamento dei flussi. Nel 2025 la Cina ha importato dal Venezuela circa 470 mila barili al giorno, spesso attraverso triangolazioni e rebranding. Quindi un cambio di controllo politico a Caracas non tocca solo Caracas. Colpisce un nodo dell’influenza economica cinese nel continente, perché impatta contratti, logistica, assicurazioni, e soprattutto la governance futura delle concessioni. In un mondo di supply chain strategiche, il potere non è soltanto nel possesso della risorsa, ma anche nella capacità di scrivere le regole della sua estrazione e del suo accesso.

Qui entra la geopolitica, che alla fine è economia. L’intervento statunitense ha anche un valore simbolico di riaffermazione della dottrina Monroe, la logica del “giardino di casa” aggiornata alla competizione tra grandi potenze. Non per nostalgia, ma perché l’America latina è diventata terreno di investimento cinese ben oltre il petrolio. Solo pochi mesi fa ero in provincia di Salta, nel Nord argentino al confine con la Bolivia, dove gruppi cinesi stanno investendo nell’estrazione del litio. Fossile e green non sono mondi separati. Sono input diversi della stessa partita industriale. E se la Russia riesce ancora a sostenere un’economia di guerra è anche perché, tra flotte ombra e intermediari, continua a collocare barili nonostante le sanzioni. Chi controlla energia e materie prime, controlla margini di autonomia.

Per l’Europa la lezione è scomoda, perché parla di auto sabotaggio. Mentre Usa e Cina giocano duro, Bruxelles rischia di arrivare divisa e marginale. Il dossier Mercosur è soft power economico, legare Unione europea e Sud America con regole, standard e mercato, senza occupazioni né dipendenze bilaterali. The European way, in teoria. In pratica, però, pochi attori ma molto rumorosi, tra lobby settoriali e calcoli politici nazionali, stanno riuscendo a rallentare un tassello strategico.

Il paradosso è evidente. Si difendono interessi di brevissimo periodo mentre altri ragionano su scala, filiere e accesso. Se Mercosur si impantana, l’Europa non perde solo un accordo commerciale. Perde presenza geopolitica in un’area che vale energia, materie prime e domanda industriale. E senza Mercosur, autonomia strategica resta uno slogan. —

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