Oltre la deterrenza: la scommessa azzardata di "Furia Epica" e il destino di Teheran

Tra la pressione di Netanyahu e l'incognita della galassia MAGA, il Medio Oriente entra in una fase di instabilità strutturale

Renzo GuoloRenzo Guolo

L’attacco congiunto Usa e Israele all’Iran non è un’operazione limitata come la Guerra dei Dodici Giorni: la posta in gioco, stavolta, è la caduta del regime di Teheran. Obiettivo perseguito con azioni militari e operazioni d’intelligence mirate alla distruzione delle capacità offensive e difensive della Repubblica Islamica, alla decapitazione della sua leadership politica e religiosa, alla messa in campo di una possibile alternativa politica sul campo.

L’operazione “Ruggito del Leone” per gli israeliani e “Furia epica” per gli americani, segna il trionfo della linea muscolare di Bibi e di quanti, all’interno dell’amministrazione Usa, l’hanno sostenuta nonostante le perplessità dei vertici militari. È Netanyahu a aver indotto Trump a legare il “negoziato” con Teheran a due questioni. Innanzitutto il nucleare, sul quale gli iraniani avevano fatto delle aperture, proponendo di limitare l’arricchimento di uranio a percentuali che ne escludevano l’uso militare e a ripristinare quei controlli dell’Aeia che proprio Trump, nel suo primo mandato, aveva vanificato uscendo dal trattato Jacopo siglato dall’inviso Obama.

Nel giustificare l’attacco Trump ha parlato di fallimento della trattativa in tema. Anche se, più che la capacità di costruire la bomba, che pure The Donald sosteneva enfaticamente di aver scongiurato colpendo i siti di Fordow, Natanz e Isfahan, il vero nodo è parso quello dei missili. Le discussioni, infatti, sembravano avere spiragli. Gli iraniani chiedevano oltre il diritto al nucleare civile, la fine delle sanzioni, legandole alla possibilità di aprire il mercato degli idrocarburi alle imprese americane. Ma, spinta da Netanyahu, la Casa Bianca ha insistito nell’allargare il negoziato ai vettori balistici.

Realisticamente, nessuno poteva illudersi che gli iraniani avrebbero ceduto su entrambi i fronti. La richiesta è parsa un diktat persino alle “colombe” di regime. In tal caso, si diceva a Teheran, la Repubblica Islamica sarebbe caduta comunque. Privata di ogni residua deterrenza e esposta alla potenza di Trump e Netanyahu, consapevole che Russia e Cina, pur protestando non avrebbero potuto difenderla, gli iraniani hanno escluso dal tavolo quelle armi e la guerra è iniziata.

La strategia israelo-americana prevede di infliggere colpi così violenti al regime da indurre gli iraniani a insorgere. Tanto più se all’offensiva esterna si affiancasse la protesta interna. Scenario che, potrebbe manifestarsi – come mostra l’appello di Netanyahu alle minoranze etniche curda, azeri, baluci e ahwazi, invitate a sollevarsi insieme alla maggioranza persiana-, con la frantumazione del paese: a partire dalle provincie di confine, meno legate da fedeltà religiose e politiche alla Repubblica Islamica e più permeabili, e sostenibili, dall’esterno.

Funzionerà? Molto dipenderà, più che dalla reazione militare a Israele – scudato da Iron Dome, Patriot, portaerei e satelliti Usa-, dalla tenuta della galassia trumpista. Sono in molti, nel movimento Maga, gli scontenti della politica estera di The Donald, guardata, più che come necessità imperiale, come estensione dell’indigeribile e costoso interventismo di matrice democratica. Se la leadership iraniana riuscisse a garantire la successione nelle diverse funzioni, anche a quella della Guida Khamenei, guadagnando tempo e riversando sull’America le contraddizioni politiche della guerra, forse Trump faticherebbe a reggere il conflitto in un anno elettorale.

Non a caso Teheran ha messo nel mirino basi e navi Usa nel Golfo: nell’intento di produrre un corto circuito negli Stati Uniti, oltre che per indurre i regimi locali a fare pressione su Washington. Il blocco di Hormuz e la paralisi dei traffici commerciali mondiali, con l’aiuto degli South, è l’altro tassello chiave di questa strategia. Quello che si profila, a meno di una soluzione interna “venezuelana”, è comunque un conflitto duro e destabilizzante.

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