Non solo Venezia: i neogiustizieri digitali e la logica del consenso

Tra caccia al click, monetizzazione e propaganda politica, il business delle risse e delle spedizioni punitive riprese per il web

Massimiliano Panarari
Uno dei borseggiatori marchiato con la vernice rossa a Londra
Uno dei borseggiatori marchiato con la vernice rossa a Londra

S’avanza, sull’affollatissima tribuna dei social network, una nuova figura. Di cui Venezia, come viene raccontato su queste colonne, è diventata suo malgrado un palcoscenico. Da quinta scenografica per i matrimoni dei padroni di Big Tech a oggetto della calata degli «youtuber del degrado (e dell’odio)».

Gli intralci alle forze dell’ordine

Per sgombrare il campo da ogni equivoco, quanto dicono di voler documentare con le immagini è, chiaramente, un problema molto serio – sul quale, però, operano e devono lavorare, senza intralci ulteriori, le forze dell’ordine.

E i parapiglia, gli incidenti, il caos in mezzo alla folla dei turisti che vengono (appositamente) seminati da questi youtuber italiani e stranieri costituiscono, invece, degli ostacoli per le attività delle forze di polizia, senza ovviamente produrre alcun risultato positivo tangibile.

In cerca di engagement 

Perché i sedicenti neogiustizieri digitali sono alla ricerca di ben altro rispetto alla soluzione delle questioni: loro vogliono engagement, contatti, visibilità, “famosità” e status sul web. E si affiancano agli influencer di (estrema) destra – da JollyTime a Simone Carabella –, i quali vanno a configurare un ulteriore fenomeno internettiano in parte sovrapponibile per i temi e per la logica di monetizzazione, ma con una specificità in più.

Quella di convogliare le visualizzazioni in una direzione che sembra, in tutto e per tutto, di orientamento del consenso a favore di alcuni leader politici (o di schegge dell’arcipelago extraparlamentare di ultradestra), oppure di costruzione delle condizioni per una propria diretta candidatura in qualche partito populista (ammesso e non concesso che non esista già qualche forma di collaborazione, più o meno retribuita, con essi).

I filmati o le testimonianze instagrammate del degrado, insieme alle provocazioni fisiche e alla ricerca della zuffa e del parapiglia, hanno smesso da tempo di apparire alla stregua di incidenti di percorso” della fruizione digitale, palesando la loro natura autentica, quella di una forma strutturata e altamente redditizia di spettacolo.

La galassia di questi youtuber costituisce l’esito diretto della convergenza fra architettura delle piattaforme, trasformazioni del linguaggio politico in una chiave di polarizzazione senza ritorno e volontà di messa a profitto, al medesimo tempo, dell’economia dell’attenzione e delle espressioni contemporanee di marginalità e risentimento sociale.

L’innesco progettato per l’algoritmo

I filmati che vengono caricati sui social non convertono semplicemente un fatto in quello che la scienza della comunicazione chiama un “evento mediale”. Ma sono l’effetto di una dinamica almeno in parte capovolta: c’è un innesco (in genere un atto provocatorio) a opera dello youtuber e di chi lo affianca finalizzato a scatenare un accadimento turbolento che viene, si può dire, progettato e ingegnerizzato appositamente per l’algoritmo, affinché divenga poi virale, incrementando pubblicità, soldi e visualizzazioni.

E, naturalmente, capita che gli antagonisti” o i destinatari ci mettano del proprio, finendo così per fare il gioco di questi youtuber-provocatori. Insomma, l’happening violento – una spedizione punitiva o una rissa di strada orchestrata – viene ideato in termini nativicome un format audiovisivo e una clip (più o meno lunga) da viralizzare. Secondo un modello che, alla radice, è di tipo televisivo, e così il “cerchio mediale” si chiude.

È nella “transtelevisionedei reality show e del giustizialismo da infotainment delle reti Mediaset che la telecamera non si limita a documentare un fatto, ma lo crea.

E ricrea, così, anche le carriere delle “iene” e degli inviati dei vari “tg satirici” e talk iperpopulisti che possono esibire le botte prese e i volti tumefatti quali certificazioni di coraggio da giornalismo d’inchiesta”, generando una narrazione pseudoinformativa assai problematica e discutibile.

I pugni e i calci ricevuti sono (purtroppo) veri, ma costituiscono il solo aspetto autentico di una spettacolarizzazione che, alla fine, non migliora e, per contro, inquina il discorso pubblico. E di cui gli youtuber del degrado e dell’odio identificano, giustappunto, i cascami più recenti.

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