L’illusione della stabilità elettorale per legge

Le cronache della seconda Repubblica insegnano che la ricerca di stabilità politica ha regolarmente portato a una forte instabilità delle regole: in 23 anni si sono alternate quattro riforme

Francesco JoriFrancesco Jori

Avanti un’altra. La nuova legge elettorale in discussione alle Camere si rifugia, come le precedenti, nel “latinorum” alla don Abbondio per vendere a chi andrà alle urne l’illusione di dare vita a una maggioranza in grado di governare davvero il Paese: con l’unica variante di passare dalla goliardica rima in “ellum” (mattarellum, porcellum, consultellum, rosatellum…) all’orrido neologismo “stabilicum”. Che corre il rischio di subire l’identico fallimentare destino dei precedenti.

Le cronache della seconda Repubblica insegnano che la ricerca di stabilità politica ha regolarmente portato a una forte instabilità delle regole elettorali. In ventitré anni si sono alternate quattro riforme; e nessuna di esse è stata usata per più di tre volte, né per più di otto anni di fila; mentre nei precedenti 45 anni la legge proporzionale aveva tenuto per dieci legislature. Per indicare significativi precedenti, negli Usa il sistema elettorale è lo stesso da 237 anni, in Gran Bretagna da 194, in Francia da 68.

Come spiega autorevolmente Sabino Cassese, non c’è formula aritmetica o premio di maggioranza che possano garantire la tenuta di un esecutivo, se alla base manca una coesione politica reale fra le forze che lo compongono. Questo requisito è sistematicamente mancato per qualsiasi tipo di governo, centrodestra, centrosinistra o tecnici che fossero.

Dal 1994 a oggi se ne sono alternati diciotto, quasi sempre caduti per lo squagliamento delle maggioranze posticce con cui erano nati. A riprova del fatto che la stabilità degli esecutivi non dipende dal sistema elettorale adottato; oltretutto aggirato con espedienti da suk dell’urna, dalle desistenze alle candidature civetta. E questo perché le riforme elettorali sono state (e vengono tuttora) elaborate dai partiti in base alle convenienze del momento, nella ricerca di norme più favorevoli per essere rieletti. Senza contare che tutte le leggi approvate dal 1993 sono state varate nell’anno precedente le elezioni: con il risultato che la maggioranza uscente, quella che aveva approvato la legge, non è poi stata confermata dal voto.

C’è un altro aspetto deteriore che si mantiene costante al di là dei diversi sistemi adottati: le oligarchie di partito si servono di formule per mantenere il controllo sulla selezione dei candidati. L’attuale apparente spaccatura sulle preferenze nasconde in realtà un interesse trasversale da destra a sinistra: dare vita a un Parlamento basato non sul merito ma sul vassallaggio. Con l’estrema ricaduta di figure pronte a mettere in vendita il seggio, come insegnano i casi Scilipoti e Razzi; per non parlare del turismo della poltrona, che ha indotto decine di parlamentari a cambiare più volte casacca. L’effetto più devastante è l’aumento esponenziale della diserzione del voto: se l’elettore sente di doversi limitare ad andare in cabina per infilare nell’urna un modulo prestampato, libero di sceglierne solo il colore, non c’è da stupirsi se decide di restarsene a casa. Per evitare di dover mettere una croce in cabina, per poi doversela portare addosso per anni.

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