Venezi alla Fenice: un grande teatro non può permettersi una promessa
Da ventritré anni l’orchestra e il coro veneziani rappresentano un’eccellenza mondiale. Nulla impedisce una collaborazione in futuro, ma oggi si impongono scelte fondate su certezze

Alla fine del 2002, quando la ricostruzione del Teatro La Fenice si avvicinava al traguardo, si pose una questione decisiva: le mura e gli stucchi del teatro stavano tornando al loro splendore, ma che ne sarebbe stato della musica?
La sfida del 2002
L’orchestra e il coro, costretti per anni a esibirsi sotto un tendone al Tronchetto, dovevano dimostrare di essere all’altezza del teatro che li attendeva. La prova fu severa.
Lorin Maazel, che avrebbe poi diretto il primo Concerto di Capodanno e la prima Traviata del nuovo corso, per collaborare con la Fenice pose una condizione: voleva prima ascoltare l’orchestra. Fu accontentato. Si organizzò una sua visita in incognito durante una rappresentazione del Simon Boccanegra allora in cartellone al Tronchetto. Il verdetto fu incoraggiante: l’orchestra aveva qualità e margini di crescita.

Su quel giudizio si costruì un programma inaugurale - sette concerti in sette serate - decisamente ambizioso. In quella settimana Riccardo Muti, che aveva assunto l’impegno di dirigere il concerto di riapertura fin dai giorni drammatici dell’incendio, e Marcello Viotti, diressero l’orchestra e il coro della Fenice che vennero messi a confronto diretto con la Philharmonia Orchestra di Londra diretta da Christian Thielemann, con l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Santa Cecilia di Roma diretti da Myung-Whun Chung, con i Wiener Philharmoniker, diretti da Mariss Jansons, e con l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov.
La sfida fu vinta. L’orchestra della Fenice si dimostrò all’altezza di quel palcoscenico e di quei confronti. Tanto che Fabrizio Del Noce, allora direttore della Rai, decise di affidare alla Fenice il Concerto di Capodanno, una scommessa che osava misurarsi con la tradizione del Musikverein di Vienna.
Ventritrè anni dopo
Da ventitré anni, quel concerto rappresenta l’Italia e la sua musica nel mondo e, se costituisce la vetrina più visibile della qualità raggiunta dall’ensemble veneziano, è anche la verifica annuale della sua eccellenza.
Il meccanismo che ha reso possibile tutto questo è un circuito virtuoso: un’orchestra di qualità attrae grandi direttori, e grandi direttori che, a loro volta, la plasmano e ne mantengono quella qualità. Dal 2003 a oggi, sovrintendenti, direttori artistici e sindaci-presidenti della fondazione, non erano mai venuti meno all’obiettivo condiviso di preservare e consolidare questo patrimonio: un teatro lirico “è” la sua orchestra e il suo coro. Tra mille difficoltà, il risultato è stato raggiunto.
L’orchestra e il coro della Fenice continuano a mostrare un livello di eccellenza riconosciuto e indiscusso.
È in questo contesto che va valutata la recente nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del teatro. La questione non è né politica, né sindacale, né tantomeno legata a pregiudizi di genere. La questione è di merito e di opportunità. Il ruolo di direttore musicale, nell’attuale ordinamento, non si limita alla direzione d’orchestra: comprende la costruzione del cartellone delle stagioni, la cura dell’organico orchestrale, la gestione dei concorsi per le nuove assunzioni. È un ruolo che incide direttamente sulla tenuta e sull’evoluzione del livello artistico dell’istituzione.
Per un teatro che ha raggiunto l’eccellenza e che deve mantenerla — anche per continuare a rappresentare l’Italia nel panorama internazionale con il Concerto di Capodanno — questo ruolo non può essere affidato a una speranza. Richiede certezze consolidate.
Le perplessità
Lo stesso sovrintendente ha dovuto riconoscere in questi giorni le difficoltà crescenti nel coinvolgere grandi direttori nei programmi futuri, un segnale che non dovrebbe essere trascurato.
Le perplessità espresse dagli orchestrali e dai coristi non sono capricci corporativi. Sono l’espressione di una preoccupazione legittima per la tutela di un livello artistico costruito in vent’anni di lavoro. Una preoccupazione che sovrintendente e presidente della fondazione dovrebbero fare propria con la stessa ossessiva cura con cui si difende un bene prezioso e fragile.
È per queste ragioni che la nomina della maestro Venezi appare oggi inopportuna. Non solo per la forma — sulla quale il sovrintendente ha già presentato le sue scuse, non seguite però dalla correzione dell’errore— ma per la sostanza. Lo spostamento del dibattito su piani politici e personali non giova a nessuno: non alla Venezi, non all’orchestra, non al teatro. E tanto meno alla città. La via d’uscita esiste e passa per il buon senso.
Revocare e riaprire un percorso. Se i rapporti non verranno irrimediabilmente compromessi dalla pochezza degli argomenti usati a fini polemici in questi giorni, nulla impedisce che la collaborazione tra Venezi e La Fenice si sviluppi nel tempo, attraverso concerti e produzioni operistiche che superino il vaglio del pubblico e della critica costruendo quel rapporto di fiducia reciproca tra direttore e orchestra: il fondamento di ogni grande istituzione musicale. —
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