Contro la “cultura dello scarto”, il Nord Est che rimette al centro le persone

Dall’Opera Sant’Antonio alle cooperative e Caritas: una rete di solidarietà diffusa che coinvolge oltre 800mila volontari

Francesco JoriFrancesco Jori

Cultura dello scarto, la chiamava papa Francesco: valutare le persone in base alla loro utilità, scartando chi è povero, anziano, disabile. In tanti hanno avuto modo di toccarla con mano, all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio, a due passi da Padova; dove il Lions Club Ruzzante Rubiano aveva organizzato una giornata di porte aperte per far conoscere una realtà che da decenni sta dalla parte degli ultimi. Proponendo una concreta alternativa a chi considera le persone come un usa-e-getta. E rimettendole al centro.

L’Opera nasce il 26 novembre 1955, quando l’allora vescovo Girolamo Bortignon, reduce dalla sua prima visita pastorale alle parrocchie della diocesi, di fronte a tante situazioni drammatiche di persone con grave disabilità, decide di dare vita a una Casa in grado di accoglierle e farsene carico. Il progetto decolla il 19 marzo 1960; oggi segue 600 ospiti tra disabili e anziani, con l’impegno di 590 operatori di 24 nazionalità diverse, e di decine di volontari. E con uno sponsor fuori quota, che non si è mai assentato neppure per un giorno: la Provvidenza, rivelatasi non solo un nome scritto all’ingresso.

Non è un’eccezione, ma uno dei tanti esempi di risposta alla cultura dello scarto presenti a Nord Est. A Medea, nel Goriziano, esiste una struttura analoga all’Opsa, villa Santa Maria della Pace, gestita dai padri Trinitari, che segue persone con disabilità psichica o neuromotoria. A Padova, da tre quarti di secolo la realtà del Cuamm, i Medici con l’Africa, è una testimonianza esemplare di cosa significhi davvero “aiutarli a casa loro”.

A Pordenone, dal 1992 Itaca, una delle più grandi cooperative nordestine, si occupa a livello triveneto di anziani, giovani, minori e famiglie, salute mentale, disabilità. A Padova, dal 1986 la cooperativa Giotto è presente nelle carceri facendo del lavoro uno strumento di dignità e rieducazione per centinaia di detenuti. A Trieste, un reticolo di cooperative sorte sull’onda della riforma Basaglia sono impegnate nella dura realtà della salute mentale. Le quindici Caritas diocesane del Nord Est sono quotidianamente presenti in tutto il territorio, stando concretamente a fianco degli ultimi, in termini di aiuti materiali ma anche di supporto umano, seguendo ogni anno 50mila persone.

Di esempi del genere, i territori e le genti nordestine possono proporne in copiosa quantità, grazie a un autentico Dna dello spirito caratterizzato dall’impronta genetica di stare dalla parte degli ultimi: senza la minima illusione di risolvere i problemi del mondo e di “sconfiggere la povertà” (come si è vantato un politico pochi anni fa, facendosi ridere dietro da tutti a partire dai poveri); ma semplicemente e concretamente per stare accanto a chi versa in stato di bisogno, condividendone il cammino anziché lasciarlo solo nel portare la propria pesantissima croce lungo il proprio quotidiano calvario. Se ne fa carico, giorno dietro giorno e in rispettoso silenzio, un popolo invisibile che fa del Nord Est l’area con la maggior presenza di volontariato in Italia: oltre 800mila persone, il 13 per cento degli abitanti, a fronte di un dato nazionale del 9.

C’è chi, in un Palazzo sempre più distante dalla vita quotidiana, accusa gli italiani di apatia per un astensionismo elettorale sempre più elevato. Gli esempi proposti suggeriscono l’esatto contrario, a partire dal Nord Est: anche impegnarsi nel volontariato è fare politica, nel senso più vero del termine. Perché, come suggeriva il cardinale Carlo Maria Martini, democrazia significa dire agli altri che non sono soli.

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