La grave deriva patriarcale del piano Vannacci

Non è la donna ad aver bisogno di essere protetta: è il potere maschile ad aver bisogno, per riprodursi, di presentarsi come tutela

Gianni Moriani
Roberto Vannacci (foto Ansa)
Roberto Vannacci (foto Ansa)

La morte di Tania Terrin lascia una nuova ferita profonda. Una donna di trentanove anni, che aveva cercato protezione nelle istituzioni dopo le minacce e le violenze dell’ex compagno, è stata uccisa proprio da quell’uomo dal quale aveva cercato di difendersi.

La sua storia non è soltanto una vicenda privata: è una domanda rivolta alla società intera. Come riconosciamo e contrastiamo le dinamiche di possesso che possono trasformare una relazione affettiva in una condanna?

È dentro questa domanda che si colloca lo scontro aperto da Roberto Vannacci e dal suo movimento Futuro Nazionale. Vannacci vuole cancellare il reato di femminicidio, riassorbirlo nella categoria neutra dell’omicidio. E dietro questa cancellazione avanza la riabilitazione di un’idea antica: il patriarcato mediterraneo, presentato come «protezione della famiglia e delle donne».

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Ma quella parola — protezione — va smascherata, non discussa. Non è la donna ad aver bisogno di essere protetta: è il potere maschile ad aver bisogno, per riprodursi, di presentarsi come tutela. L’idea della donna come sesso debole, bisognoso di custodia, non è un dato di natura: è uno stereotipo di genere.

Un secolo di lotte femministe ha modificato profondamente il rapporto tra uomini e donne. Le donne sono passate da una condizione di subordinazione giuridica e sociale a una piena rivendicazione di autonomia. Ma l’uguaglianza formale non cancella automaticamente comportamenti, mentalità, rapporti di potere radicati nel tempo.

È proprio su questo terreno incompiuto che interviene Vannacci. Non propone una correzione tecnica del codice penale: propone una visione della donna come oggetto di possesso. È questa la logica del potere patriarcale. E quando la donna rivendica il diritto di andarsene, l’uomo che si considerava proprietario della relazione può arrivare a ucciderla. Non è un omicidio qualunque: è la punizione di un’autonomia che il possessore non accetta di perdere. È, esattamente, un femminicidio.

Il caso non è isolato. Mentre Futuro Nazionale propone di cancellare il reato di femminicidio, afferma anche che «l’aborto non è un diritto» e che è tempo di dire «basta gay in tv». Tre bersagli apparentemente distinti rispondono in realtà a un’unica matrice culturale: l’idea di un ordine naturale, fondato sulla famiglia eterosessuale e sulla subordinazione femminile. Non è un programma sulla sicurezza o sulla famiglia: è un programma sui corpi che si vogliono tornare a governare.

Il termine femminicidio non descrive semplicemente una donna uccisa: descrive un omicidio che nasce dalla stessa dinamica appena vista — possesso, controllo, punizione dell’autonomia. Cancellare la parola significa cancellare la lente che permette di riconoscere questa dinamica, e quindi di prevenirla.

La libertà femminile non ha bisogno di autorizzazione: è un diritto pieno, non negoziabile, non condizionato al consenso di chi vorrebbe ancora decidere al posto della donna. Difenderla senza cedimenti è la sfida del presente. Chi confonde il potere con la cura non protegge nessuno: prepara, semmai, la prossima vittima.

 

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