Oltre il mito dell'invasione: così i flussi migratori qualificati possono salvare il Nordest

Dati del Viminale sugli sbarchi in calo e declino demografico: la proposta di accogliere 35 mila studenti stranieri all'anno per università, Its e lavoro

Giancarlo CoròGiancarlo Corò

Appena un mese fa irrompevano nella nostra estate le drammatiche immagini della folla di disperati che cercavano di entrare in Europa attraverso l’exclave spagnola di Ceuta. Nonostante questo episodio non abbia alla fine prodotto alcun ingresso illegale nell’area Schengen, ha tuttavia riacceso nell’opinione pubblica quel pericolo dell’invasione straniera che troppo spesso inquina i confronti sull’immigrazione. Un pericolo smentito in realtà da ogni statistica, a partire dai dati del Viminale, che mostrano una netta riduzione degli sbarchi nel nostro paese. Questo non significa negare l’esistenza dei problemi di sostenibilità politica e sociale dell’immigrazione, ma non possiamo nemmeno nascondere la natura strutturale di questo fenomeno.

Oltre al doveroso sostegno umanitario a rifugiati e richiedenti asilo, anche per l’immigrazione economica dobbiamo convincerci che il miglior antidoto agli ingressi irregolari è programmare flussi migratori ordinati e qualificati, grazie ai quali aiutare i paesi in via di sviluppo nei quali i giovani istruiti non trovano adeguati sbocchi occupazionali, favorendo, allo stesso tempo, l’inserimento lavorativo e l’integrazione sociale nelle economie avanzate.

Non c’è alcuna formula magica che può portare a questo risultato. Ciò che serve è una mobilitazione dal basso che coinvolga imprese, associazioni, comunità locali, scuola e università. L’obiettivo dovrebbe essere l’attrazione nei territori in declino demografico, come diverse aree interne del Nordest, di giovani immigrati con livello di istruzione almeno secondario, interessati a svolgere un ciclo di istruzione terziario nelle nostre Università o negli Its e, successivamente, offrirsi nel mercato del lavoro o creare una propria iniziativa imprenditoriale.

La maggior parte di Università, Its, scuole infermieristiche e professionali sono già in grado di accrescere l’accoglienza di studenti internazionali nei loro corsi, anche tramite accordi con scuole di paesi terzi, raggiungendo numeri rilevanti e gestibili. Solo per allinearci alla quota media europea di studenti universitari stranieri, pari al 10 per cento contro il cinque dell’Italia, potremmo accoglierne un flusso aggiuntivo di 35mila all’anno (5mila nel Nordest), aiutando così a colmare il previsto calo di iscrizioni a causa del declino demografico.

Il punto fondamentale, tuttavia, è tornare attrattivi per il capitale umano, nel momento in cui la qualità dello sviluppo dipende sempre più dall’economia della conoscenza, e ciò di cui avremo bisogno non sono braccia da pagare poco, bensì menti con idee e passione per il futuro. Le imprese sono perciò l’altra fondamentale componente del processo, essendo del resto la mobilità dei giovani talenti in stretta relazione con le opportunità economiche che il territorio esprime.

Inoltre, l’integrazione può avvenire solo in presenza di servizi abitativi, culturali e sociali che spetta alla comunità locale assicurare. Progetti di questo tipo vanno evidentemente coordinati con il governo nazionale. In definitiva, dobbiamo abbandonare la falsa immagine dell’immigrazione come invasione, creando invece le condizioni affinché diventi un’opportunità reciproca.

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