Il dilemma del centrodestra: Vannacci sì, Vannacci no
La discesa in campo dell'ex generale agita le acque in vista delle elezioni del 2027. Tra timori di cannibalizzazione interna nella Lega, veti storici che svaniscono e il risiko delle poltrone nei grandi Comuni del Nordest

Da Jannacci a Vannacci. Lo zoo del mitico cantautore milanese rivisitato alla rovescia dalla politica: vengo anch’io, sì tu sì.
La chiassosa discesa in campo del fu-generale non è che l’ennesima replica di una sequenza che va in scena dalla nascita della seconda Repubblica, a colpi di aperture e chiusure, scissioni e cambi di etichetta. Impossibile stabilire il numero degli aderenti alla confraternita dei partiti; la sola statistica ufficiale è il Registro nazionale depositato dal 2014 in Parlamento, con 43 iscritti. La new entry di Vannacci riesce comunque a far rumore: tant’è che in vista del voto del 2027 il centrodestra (Lega in primis) si sta già dilaniando nel dilemma “prendere o lasciare” l’ingombrante nuovo inquilino. Vero è che in prima battuta nei suoi confronti era risuonato un sonoro “vade retro”; ma chi ha un minimo di memoria ricorda bene il diktat di Fini nei confronti di Bossi: “Con lui, non andrei mai a bere neppure un caffè”. Poi per anni ci è andato a colazione, pranzo e cena.
E tuttavia, a conti fatti, il sì a Vannacci si risolverebbe fondamentalmente in una contabilità interna alla coalizione: il partito del generale andrebbe a sottrarre consensi in particolare alla Lega (già oggi scesa nei sondaggi al 6 per cento), ma anche agli stessi Fratelli d’Italia. Lo farebbe da un lato drenando adesioni nel pantano dei malpancisti a prescindere; dall’altro reclutando personale politico del tandem Salvini-Meloni rimasto senza posti a sedere, e disposto a tutto pur di ottenere un altro giro di giostra. Anche perché i posti in palio non sono pochi: l’anno prossimo, oltre che per il Parlamento, si voterà in Comuni quali Roma, Milano, Torino, Napoli; e a Nord Est in realtà come Padova, Verona, Treviso, Belluno, Chioggia, Conegliano, Pordenone, Trieste. Un’area peraltro dove il fu-generale sta sullo stomaco ai leghisti, ma non solo.
Dovrebbe bastare e avanzare al centro sinistra per elaborare un piano concreto di lavoro davvero condiviso, e per scegliere sia il proprio leader nazionale che quelli locali senza le rituali rissose liturgie che da troppo tempo lo caratterizzano (come invece si sta già verificando); ma le sue capacità di farsi del male da solo non hanno limiti, rendendolo imbattibile nel gioco “a ciàpa no”.
Ed è proprio per le intrinseche debolezze delle due coalizioni che riesce a giocare un ruolo una figura come quella di Vannacci: portato in politica solo grazie alla dabbenaggine di un Salvini che gli ha messo a disposizione non un taxi ma una limousine; salvo poi essersi scoperto cornuto e mazziato.
Oggi il fu-generale riempie le piazze e fa fibrillare i sondaggi; ma l’esperienza dimostra che l’unico vero indicatore, quello delle urne, fornisce misure di ben altra grandezza. Neppure qui, del resto, nulla di nuovo: la voglia di uomo forte è suggestione italica di antica data, ma con risultati che parlano da soli. E la replica formato bonsai alla Vannacci dei giorni nostri ricorda più un Giannini che un Mussolini: del genere, l’uomo qualunque.
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