Come girare a FdI la grana Vannacci
L’exploit nei sondaggi di Futuro Nazionale ha portato i leader concorrenti della destra a fare politica, manovrando le proprie leve per non restare spiazzati. A cominciare dal capo della Lega

Se Roberto Vannacci in tre mesi un risultato tangibile lo ha ottenuto, di sicuro è quello di aver spronato i leader concorrenti della destra a fare politica. A manovrare le proprie leve per non restare spiazzati e con le urne svuotate, privi di una ragion d’essere. Il primo a muovere le pedine sulla scacchiera è il capo della Lega.
Al tuono risuonato nei cieli della destra per l’arrivo della perturbazione Vannacci è seguito infatti un temporale che ha bagnato il capo di Matteo Salvini. Un acquazzone che si sposterà però di qui a breve anche sul capo della leader di FdI, già vittima di una lieve emorragia di voti e di eletti; e in un certo senso seduta su una scomoda “poltrona per due”, quella del sovranismo puro ora occupata con più energia dal generale.
Salvini infatti sembra poter trovare riparo sotto il tetto confortante del Carroccio ante litteram, mossa astuta per vari motivi, se è vero che stia trattando con Luca Zaia una collocazione utile a rilanciare il profilo autonomista, nordista e pro partite Iva della Lega.
Se questo progetto di suddividere le sfere di influenza tra Zaia-Fedriga (nord e imprese) e Durigon (centro-sud), andrà in porto, forse il Capitano riuscirà a salvare “capra e cavoli”, ovvero ridare al partito uno slancio autonomista senza perdere il profilo nazionale. Con il non trascurabile effetto collaterale di salvare la propria cadrega almeno fino al voto del 2027. E con la non trascurabile soddisfazione tutta politica di lasciare il cerino di Vannacci nelle mani di Giorgia Meloni.
L’exploit nei sondaggi di Futuro Nazionale mostra che le parole d’ordine del sovranismo più spinto, il richiamo anti immigrati e anti Ue, risuonano più autentiche sulla bocca del generale che in quella di un vicepremier soffocato dal peso della responsabilità di governo. Peso che lo obbliga a non far mancare i voti dei suoi parlamentari ai decreti di rifinanziamento delle armi all’Ucraina o a mediare con Forza Italia sulle destinazioni fiscali delle poche risorse messe in cantiere in tempi di magra.
Non è del resto passato inosservato che dal febbraio scorso il ministro delle Infrastrutture non abbia più battuto sul tasto del Ponte sullo Stretto, così come non si produca più da tempo in tweet o in slanci affettuosi verso Donald Trump e i suoi Maga. Come ogni politico di lungo corso sa, le inversioni a U vanno infatti prese larghe per non sbandare e infatti Salvini non intende tornare bruscamente indietro, bensì scartare e spostare la sua vettura su una corsia parallela e meno trafficata.
In pratica con una mossa astuta, si sottrae alla guerra perpetua con Vannacci, cambiando il terreno di gioco, mossa che invece sarebbe più difficile per la leader di FdI. A meno che Giorgia non usi lo stesso metro e interpreti sempre di più il ruolo di una destra europea moderata, pro Ucraina e più lontana dagli emuli di Orban, per spostarsi anche lei su un piano diverso e più alto di quello occupato dal generale. Resterebbe sempre il rebus se sminare il pericolo Vannacci facendolo entrare nella coalizione, ma sarebbe un problema da valutare alla luce dei nuovi sondaggi tra sei mesi. Da cui si capirà se il “fare politica” di Salvini e Meloni avrà prodotto dei frutti. Sempre che prendano davvero questo percorso zen evitando una guerra di trincea che potrebbe essere più congeniale al generale.
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