Hormuz riapre, ma il mondo scopre la fragilità delle rotte energetiche

La tregua tra Iran e Stati Uniti allenta la pressione sui mercati e raffredda i timori inflazionistici. Ma la crisi lascia in eredità una nuova consapevolezza: gli stretti marittimi sono diventati territori contendibili e la sicurezza delle catene energetiche non può più essere data per scontata

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Homuz riapre. È l’effetto della tregua, forse fragile, tra Teheran e gli Usa. Facile supporre che per entrambi i protagonisti la sospensione del conflitto abbia una ragione economica.

Che per l’Iran equivale a meno sanzioni e tornare nel mercato mentre per gli States, avvicinandosi le elezioni di midterm, pesa il rischio inflattivo. Globalmente di negativo c’è che ora gli stretti di mare sono militarmente contendibili. Dipende dal logorarsi della credibilità del potere navale degli States. Hormuz ha solo fatto da apripista.

Comunque, i segni di ripresa del movimento commerciale ci sono. Peraltro ci vorrà tempo per tornare ai flussi prebellici stimati in oltre 140 transiti giornalieri. Di conseguenza i prezzi delle materie prime energetiche flettono sebbene dall’Asia potrebbe frapporsi qualche intoppo. Nel senso che qui i paesi hanno reagito alla crisi di Hormuz sottraendo domanda dal mercato (rallentando i prezzi) sia attingendo alle scorte sia con razionamenti. Logico che, se la loro domanda tornasse sul mercato, i prezzi potrebbero tendersi.

Nondimeno ora l’aspettativa è di un calo dei costi energetici e quindi dell’inflazione. Ciò tranquillizza i banchieri centrali pressati da governi che temono che la lotta all’inflazione (crescita dei tassi) porti recessione e maggior costo dei debiti pubblici. Vale per la Bce che così potrebbe considerare il recente mini intervento una sorta di una tantum. Analogo discorso riguarda la Fed negli Usa che deve sottostare, come spesso da tradizione, alla pressione della Casa Bianca.

Resta il dubbio, però, che l’inflazione permanga, quantomeno in latenza. Negli Usa lo suggerisce il rilevamento sul prezzo dei servizi (affitti, sanità e trasporti quindi al netto dell’energia) che indica una certa capacità dell’inflazione di penetrare capillarmente nei vari gangli dell’economia. Lo si capirà dalle osservazioni di Warsh, neoeletto presidente della Fed. Considerazioni che anche da questa parte dell’Atlantico condizioneranno valutazioni e decisioni dell’Eurotower.

Ad ogni modo questa sorta di innovativa “tregua via pec” (che poi avrà in Svizzera la firma del vicepresidente degli Stati Uniti Vance) porta a ragionare con più serenità sui prossimi scenari economici. Purché si ricordi che si cammina su ghiaccio sottile. Ad esempio economicamente peserà il tempo necessario a tornare ai 20 milioni barili giorno antecedenti alla chiusura di Hormuz.

Certo, la crisi ha spinto a creare alternative allo stretto. Tuttavia, possibili solo limitatamente essendo l’area un importante hub industriale oltreché energetico. Merita anche ricordare che dalla crisi gli Stati Uniti escono vincitori almeno per un aspetto: disporre di una filiera industriale di prodotti petrolchimici. Perché così parzialmente diversificano il rischio rispetto a crisi tipo Hormuz.

Insomma, è pericoloso dipendere per prezzo o quantità offerta da petrolio e gas specie in presenza di militarizzazione delle catene di fornitura. L’ombra di Hormuz forse passa, ma il tema resta.

 

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