Le mine nello Stretto di Hormuz allungano i tempi della ripresa economica
Improbabile un ritorno alla normalità prima dell’autunno, sempre ammesso che l’intesa tra Usa e Iran reggerà. Ci vorranno almeno due mesi perché il canale torni navigabile

Una solida quota del nostro futuro dipende da quante mine fluttuano nello Stretto di Hormùz e dal tempo necessario per essere sicuri di averle trovate e tolte tutte. Questo, nell’ipotesi che il memorandum firmato da Iran e Usa sia più di una tregua di sessanta giorni, cosa da verificare e non solo perché il testo non è noto: l’indeterminatezza del contesto non è dissipata, restano aperte la questione del Libano, gli investimenti americani e la definitiva messa al bando del nucleare di Teheran.
Se però l’intesa funzionasse e si avesse una sorta di pace in capo a pochi giorni, è comunque improbabile un ritorno alla “normalità” prima dell’autunno. Con l’inflazione che la guerra di Donald e Bibi ha spinto oltre il 3 per cento e la crescita falciata sino a mezzo punto di Pil, il 2026 si candida ad “anno perso” per l’Italia, l’Europa e una vasta parte del pianeta.
È un peccato, ma sconfortarsi è inutile. L’unico imperativo possibile è tenere duro nell’oggi e cominciare a lavorare sul 2027 che, bomba o non bomba, arriverà a fine dicembre come sempre.
Proviamo a contarle, le mine. “Venti-trenta ordigni”, secondo fonti primaverili del Pentagono. “Potrebbero essere centinaia”, ha riferito di recente l’agenzia Reuters. Sono dispositivi ad alta tecnologia, costo variabile da 20 a 100 mila dollari, fabbricati in Iran. Possono essere piazzati appena sotto il livello del mare o anche in profondità, profilo che li rende difficilmente visibili ai dragamine.
Non risulta esserci una mappatura, i Guardiani della Rivoluzione le hanno disperse in fretta e senza badare alle conseguenze. In agguato fra le onde verso le quali convergono le migliori Marine militari, queste scatole di morte da poche decine di chili costituiscono la più concreta minaccia all’auspicato rientro a condizioni di relativa stabilità economica.
Ci vorranno sino a due mesi per bonificare un’area che diventi un canale navigabile, è la stima più frequente. “Sei mesi” per completare un’operazione complessa: bisogna scandagliare il fondale con i sonar e i droni; distinguere le mine da relitti, rocce e detriti; identificarne il tipo; neutralizzarla o farla brillare; verificare nuovamente l'area, nella consapevolezza che il sospetto che ne sia rimasta anche una sola basta a inceppare la macchina. Si arriva così a fine anno, quando – assicurano gli analisti – è arduo immaginare che 135 navi al giorno tornino a incrociare in quelle acque come prima del 28 febbraio.
Per farla breve, i flussi del 2026 non saranno mai ai livelli pre-bellici. E anche la produzione di petrolio, gas e materie rare resterà indietro, perché agli impianti di estrazione serve tempo per rimettersi a regime e molti snodi tecnologici sono stati distrutti.
L’inflazione globale rallenterà, ma i prezzi non retrocederanno. Gli economisti ritengono che petrolio e insalata resteranno più cari rispetto a un semestre fa. Certo, ora le navi scenderanno verso l’Oceano Indiano, ma c’è chi si chiede quante verranno autorizzate da armatori e assicuratori a imboccare nuovamente la rotta verso il Kuwait. C’è il rischio che lo stretto, che la guerra di Trump ha autorizzato l’Iran a considerare “suo”, si scopra presto poco affollato. Come le nostre speranze di una rapida ripresa.
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