Usa nel caos tra conflitti ed epurazioni

Il segretario della Marina americana John Phelan lascia dopo lo scontro con il ministro della Guerra Hegseth

Renzo GuoloRenzo Guolo
Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump parla ai giornalisti sul prato sud della Casa Bianca prima di imbarcarsi sull'elicottero Marine One
Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump parla ai giornalisti sul prato sud della Casa Bianca prima di imbarcarsi sull'elicottero Marine One

Perde nuovi pezzi, l’amministrazione Trump, specchio del caos generato dal suo egolatrico padre-padrone. A lasciare è ora il segretario della Marina americana John Phelan, uomo d’affari asceso all’incarico con alle spalle la sola amicizia personale con The Donald, che si è scontrato con il potente Ministro della Guerra Hegseth, che poco gradiva il suo attivismo in tema di ammodernamento della flotta e, soprattutto, il fatto che, scavalcandolo, ne discutesse direttamente con Trump.

Normale amministrazione si direbbe, se non fosse che lo scontro deflagra mentre è in corso la guerra con l’Iran, che coinvolge la US Navy, e che al cuore del conflitto vi sono Hormuz e i blocchi marittimi che stanno mettendo a dura prova economia e ordine mondiale. Ma tant’è. Le questioni di opportunità devono sembrare, per usare una nota battuta di Totò, “quisquilie e pinzillacchere”, al bellicoso crociato Hegseth, che pure di cinema dovrebbe intendersene dal momento che è riuscito a scambiare – durante una funzione religiosa al Pentagono divenuto sotto la sua guida una succursale del fondamentalismo cristiano –, una citazione dal mitico Pulp Fiction di Tarantino con un versetto della Bibbia, le parole del filmico killer Jules Winflield con quelle del profeta Ezechiele.

Ci sarebbe da ridere, se la cosa non fosse tragica: l’Hegseth che mostra un’esasperata propensione al citazionismo biblico più che una profonda conoscenza dei principi di fede, è al comando della macchina bellica più potente del mondo e, incurante, della complessità e della delicatezza della struttura che guida, la terremota quotidianamente aprendo faglie che sembrano allargarsi sempre più. Dal suo ingresso al Pentagono, il fervente nazionalista con la scritta “Dio lo vuole” tatuata sul bicipite destro, ha già rimosso il capo di stato maggiore della Difesa Randy George, il comandante della Marina, il vice comandante dell’Aeronautica, il responsabile dei cappellani militari ritenuto troppo tiepido, oltre a decine di alti ufficiali di tutte le armi, per sostituirli con quadri, più che competenti, ideologicamente affini e, soprattutto, alfieri dell’uso distruttivo e identitario della forza.

È a quest’uomo, nel mirino dell’opposizione sin dalla sua difficoltosa conferma al Senato e recentemente chiamato in causa per un investimento nel settore della difesa nelle settimane precedenti l’attacco di Usa-Israele all’Iran, che Trump ha affidato la macchina bellica Usa. Preoccupati, i democratici hanno, vanamente, chiesto il suo impeachment accusandolo di crimini di guerra e abuso di potere. Ma se il prossimo novembre, nelle elezioni di Midterm, l’opposizione dovesse prendersi non solo la Camera ma anche il Senato, prospettiva non più esclusa dai calanti indici di popolarità del presidente, le cose potrebbero cambiare. Prima, comunque, ci saranno altri mesi difficili, in cui molti altri collaboratori del volubile inquilino della Casa Bianca, potrebbero abbandonare la nave che affonda o esserne cacciati. Come è già accaduto, tra gli altri, al ministro della giustizia Bondi, a quello per la sicurezza interna Noem, che pure sembravano nelle eterne grazie di The Donald. —

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