La necessità di pensare alla crescita
L’incertezza internazionale pesa sulla nostra economia. Serve una politica industriale lungimirante

Se il Paese non avesse la spiccata propensione ad andare al contrario, il governo ostenterebbe una concreta per quanto cauta soddisfazione nel leggere il verdetto Istat sui conti pubblici.
I numeri dicono che le casse della Repubblica sono ben gestite, perché il deficit è ai minimi dal Covid, mentre l’avanzo primario (il passivo annuale al netto di spesa per interessi) è tornato positivo e pazienza se la procedura europea non finirà in anticipo. Si tiene botta, dunque, con il caveat insondabile della crisi mediorientale e nonostante il debito che si gonfia.
Varrebbe la pena di cogliere l’occasione per battezzare un solido piano in favore di ciò che più manca dalle nostre parti: la crescita, obiettivo da perseguire agendo sulle leve di burocrazia, infrastrutture, fisco, e sostegno statale disponibile. Invece no. È già partita la contesa degli zerovirgola, coi vuoti attacchi all’Europa (“in malafede”, dice Salvini) e i relativi richiami alla flessibilità (“capisco le regole, ma non escludo che potremmo fare da soli”, concede Giorgetti) che suggeriscono l’immagine di un’Italia proiettata a invocare il miracolo prima che a rimboccarsi le maniche.
I problemi dell’economia tricolore sono funzione della pesante incertezza internazionale, di scelte politiche da troppo tempo sbagliate e di cattiva manutenzione del motore del valore aggiunto lungo la Penisola. Il Patto di stabilità garantisce la moneta comune. I conti in ordine proteggono da attacchi in caso di tempesta finanziaria e tengono basso il costo del debito (nel 2025 è stato di 87,1 miliardi). La gabbia di sicurezza che l’Eurozona ha approvato (Roma inclusa) può aprirsi in caso di “grave recessione”, cosa che grazie al cielo per ora non ci riguarda. Giorgetti ha motivi per sottolineare che “le circostanze non sono normali” e che le stime del governo potranno essere riviste. È un portamento realista che dovrebbe bastare a rendersi conto che sforare di un punto (22 miliardi) non cambierebbe il quadro, non farebbe vincere le elezioni e costerebbe un miliardo solo per servire il nuovo debito.
Bisognerebbe usare i dati per compilare una cartella clinica della realtà, distribuendo strumenti di sviluppo e non erogazioni tampone. Crescita +0,6 nel 2026, dice il governo, ben consapevole che sarà inferiore. Abbiamo un Dna manifatturiero, ma il fatturato industriale 2025 si è ridotto ancora (-0,3 per cento) e il contributo della produttività al Pil è stato negativo. Senza i miliardi europei del Pnrr saremmo in rosso. Il petrolio a 100 dollari traccia un nerissimo punto interrogativo sull’estate, sul turismo e sui servizi che hanno generato quel poco di espansione di cui abbiamo goduto. L’occupazione va, sebbene la precarietà sia elevata e il recupero del potere d’acquisto sia minacciato dall’inflazione. L’export tiene. La missione è difficile, non impossibile.
Si potrebbe cominciare da una vera politica industriale lungimirante, dal riequilibrio fiscale, dalle infrastrutture. Giorgetti ha ragione, “non basta l’aspirina”. Ci vuole una terapia ricostituente che non verrà con uno o due dispendiosi punti di sforamento del Patto. Possiamo certo costruire con l’Europa un migliore ambiente, ma la crescita dobbiamo favorirla anzitutto noi. Nel guardare avanti, il ministro usa una metafora calcistica e contesta correttamente chi “esulta perché una decisione di un arbitro va contro gli interessi nazionali”.
C’è però un’altra verità: chi vince le partite non si cura degli errori arbitrali.
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