Andare oltre le ideologie sul fine vita

La politica non ha saputo dare risposte a questa domanda di libertà. Occorre evitare i fondamentalismi delle tifoserie da derby sportivo

Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi
Marco Cappato durante una raccolta firme per una legge sul fine vita
Marco Cappato durante una raccolta firme per una legge sul fine vita

Cominciano ad essere davvero tanti i nostri concittadini i quali, sentendo ormai vicino il momento del termine della loro vita, chiedono che venga loro riconosciuta la libertà di porre fine a sofferenze che non lasciano prospettiva alcuna di guarigione, e a cui nemmeno le cure palliative sono in grado di dare sollievo. Senza dover affrontare, e la cosa non suoni paradossale, un “viaggio della speranza” in Svizzera: la speranza di poter morire nel proprio letto riducendo i tempi di una sofferenza non più sopportabile, inutile e ingiusta, almeno ai nostri occhi.

Non possiamo pretendere in tutti il dono di una fede che dà significato anche a quelle sofferenze, all’interno di una teodicea, come quella del Cristianesimo, che le giustifica in una prospettiva di trascendenza rispetto al mondo terreno.

La classe politica al governo del Paese, e non solo quella attuale, non ha saputo dare risposta a questa domanda di libertà, nel rispetto della coscienza di ciascuno. La supplenza da parte della Corte Costituzionale che con le sue sentenze, così come con quelle di altri livelli giurisdizionali, ha cercato di colmare il vuoto normativo, ha posto severi paletti. Ma ha dovuto, necessariamente, lasciare all’arbitrio di interpretazioni, quasi sempre restrittive, da parte delle strutture deputate a rendere effettivo, e in tempi non eccessivamente dilatati, l’esercizio di quello che la stessa Corte riconosce ormai, di fatto, come un diritto del cittadino, come un diritto di libertà.

La Corte ha assunto le sue decisioni con deliberazione sostanzialmente unanime, in una convergenza tra visioni del mondo contrapposte che pare invece arduo raggiungere nella “politica politicante”, ma non nella società civile. Visioni del mondo che riguardano il valore della vita umana non certo in quanto tale, ma della vita in condizioni estreme, di sofferenze senza speranza, nelle quali la volontà di porre termine a quelle sofferenze porta al passo anch’esso tragicamente estremo della decisione di porre fine alla vita stessa, considerata non più degna di essere vissuta in tali condizioni.

Il tema stesso di cosa significhi “dignità” in questo contesto semantico e concettuale, che si fa subito valoriale, è divisivo. Se tuttavia si partisse dalla condivisione di un principio capace di accomunare sia la visione della componente cattolica della società italiana, e dello stesso magistero ecclesiale, sia quella della cultura cosiddetta “laica”, forse si potrebbe trovare un terreno comune di ragionamento, evitando lacerazioni inutili e dolorose.

Certo è difficile giungere a quella condivisione, ma lo si potrà fare solo evitando i fondamentalismi delle tifoserie da derby sportivo che non sono degni della questione della legge sul fine vita. Quel principio può forse essere trovato partendo dal rifiuto dell’accanimento terapeutico, individuato come terreno comune di una discussione tra “uomini di buona volontà” sia laici che cattolici. Risuonano nel commosso ricordo di ognuno le parole di papa san Giovanni Paolo II, ormai allo stremo, che implorava “lasciatemi tornare alla casa del Padre”. Terreno impervio, certo, non del tutto sinora inesplorato, eppure non impraticabile. Ma ci vuole “buona volontà”. Da parte di tutti. 

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