Una campagna referendaria senza tregue
L’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Milano ha visto una contrapposizione frontale fra il primo presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola e il ministro della Giustizia Carlo Nordio

La “guerra dei Trent’anni” fra il potere esecutivo (e, più, in generale politico) e quello giudiziario segna un’altra tappa di un’escalation senza ritorno. L’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Milano, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, ha visto una contrapposizione frontale fra il primo presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola e il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Il primo ha difeso «il caposaldo dell’autonomia e indipendenza della magistratura» e «la necessità di non ferire la giurisdizione» attraverso la riforma governativa: e, in effetti, se passasse quello delle scorse ore rappresenterebbe di fatto l’ultimo “rito solenne” con la partecipazione congiunta di pm e giudici. Il Guardasigilli ha replicato, con inusitata durezza, di considerare «blasfemo il fatto di sostenere che la riforma tenda a minare il principio dell’indipendenza e dell’autonomia delle toghe».
A rincarare la dose sono stati il presidente dell’Anm Cesare Parodi, secondo cui «con la riforma esiste il pericolo di un condizionamento indiretto dei magistrati», e il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi (indagata per l’affaire Almasri), per la quale le toghe «devono imparare la continenza» e stanno effettuando «un’invasione di campo». Un ormai ininterrotto botta e risposta che, nelle sue ultime battute, lo ricordiamo di nuovo, si è sviluppato davanti al presidente della Repubblica. Ovvero le battute finali, a giudizio di alcuni osservatori, di una guerra che, dura da decenni e che, da quando l’esecutivo Meloni ha deciso di alzare il tiro, si presenta come una sequenza inarrestabile di round pugilistici.
È quindi partita in maniera violenta la campagna elettorale per il referendum del 22-23 marzo, a sua volta inquadrabile nei termini dell’ennesimo stadio della campagna elettorale permanente che caratterizza il nostro Paese. E lo dimostra la scelta della polarizzazione e della semplificazione binaria (insita, peraltro, nella natura dell’istituto referendario) per una questione estremamente delicata, e complessa, sulla quale il governo – nell’ansia del regolamento dei conti – accredita una serie di narrazioni improprie dal momento che, per conseguire l’efficientamento della macchina giudiziaria, occorrono investimenti di risorse finanziarie e umane, mentre qui si sta appunto parlando di altro. Come risulta pure difficile levarsi dalla testa l’idea che spostare l’attenzione su questa battaglia rientri anche nel novero delle armi di distrazione di massa per un esecutivo che fatica a mantenere le precedenti promesse e si sta indebolendo sul piano internazionale, dove la tanto sbandierata idea di fare da pontiere fra Europa e Usa si infrange contro l’egotismo e l’arroganza (armati) trumpiani. E, dunque, la radicalizzazione diventa, per l’ennesima volta, il terreno di (mancato) confronto adottato dalla maggioranza di governo, anche se qualche timore pare che stia circolando dalle parti di palazzo Chigi, sulla scorta del fallimento del referendum sulla riforma costituzionale renziana. Ma, dato che la guerra la si fa in due, non si può non notare come, anche qui per l’ennesima volta, alcuni settori della magistratura rivendichino la loro politicizzazione come una missione e l’esito di un “imperativo etico”, mentre sarebbe decisamente più corretto etichettarlo come un riflesso alquanto corporativo. —
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