I giovani lasciano l’Italia: un esodo biblico in cerca di futuro
L’emorragia riguarda soprattutto il Settentrione e Veneto e Friuli Venezia Giulia sono le aree più dissanguate: dal 2014 sono 50 mila i ragazzi veneti e 30 mila i friulani che se ne sono andati altrove per cercare retribuzioni, carriere e vite più stimolanti

Mamma, stavolta non perdo l’aereo. È una scelta di vita sempre più diffusa, quella che ormai da anni induce la meglio gioventù a dire addio all’Italia, con quella che il Cnel definisce «un’autentica pandemia economica e sociale». L’emorragia riguarda soprattutto il Settentrione; e al suo interno, Veneto e Friuli Venezia Giulia sono le aree più dissanguate: dal 2014, sono 50 mila i ragazzi veneti e 30 mila i friulani che se ne sono andati altrove per cercare retribuzioni, carriere, vite più stimolanti di quelle che trovano in casa. Con loro, se ne va un capitale umano stimato a Nord Est in 13 miliardi.
Le ragioni di un autentico esodo biblico ci sono tutte. Chi entra nel mercato del lavoro di questo territorio viene pagato meno che altrove, a fronte di un carovita elevato; è atteso da carriere lente e con scarse opportunità di crescita; deve scontare una diffusa precarietà contrattuale. Senza rimedi veri, andrà anche peggio: un terzo dei ragazzi nordestini sotto i 18 anni è disposto ad andarsene una volta completato il percorso di studi.
A fronte di questa Caporetto della materia grigia, va accolto con assoluto favore il “patto per lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità” lanciato da un gruppo di imprenditori, manager, economisti, docenti universitari, col traino del sindacalista Gigi Copiello, volto a garantire ai neo assunti delle “borse di impiego” che riducano il gap delle retribuzioni.
Nella speranza che la politica, a partire dalla Regione, lo accolga e lo faccia proprio in chiave bipartisan, senza immiserirlo nei deleteri scontri frontali tra schieramenti su qualsivoglia materia che oggi la degradano. E tuttavia, la proposta è condizione necessaria ma non sufficiente per far fronte alla diaspora. Già anni fa Richard Florida, stimato studioso americano di innovazione e studi urbani, spiegava che la crescita economica di un territorio dipende dalla sua capacità di attrarre e trattenere le intelligenze: soprattutto professionisti altamente qualificati, lavoratori della conoscenza, imprenditori innovativi, creativi, ricercatori, artisti. Sono queste figure a generare innovazione e dinamiche urbane tali da alimentare la competitività. Per garantirla, Florida indica il sistema delle tre “T”: technology, talent, tolerance; che tradotto significa capacità di produrre innovazione, presenza di capitale umano qualificato, apertura sociale e culturale. Sono parametri che dipendono da una pluralità di fattori: università, ricerca e sviluppo, brevetti, startup; presenza di laureati, ricercatori, lavoratori nel ramo della conoscenza; diversità, inclusione, vivibilità urbana, territorio accogliente.
Non è dunque solo una questione di mercato del lavoro, ma anche di ambiente in senso lato. Peccato che in materia delle tre “T” Veneto e Friuli Venezia Giulia si collochino oggi dietro a Lombardia, Emilia, Lazio, Toscana e Piemonte, pur potendo contare su singole realtà di indiscusso livello in termini di università, imprese, professionalità.
Il gap sta nell’atavica incapacità di fare sistema e nella scarsa capacità di innovazione a tutti i livelli, dalla politica all’economia alla società; ma anche in un territorio pesantemente degradato sia in termini fisici che di qualità di vita.
Il Nord Est di oggi è vecchio in tutti i sensi, a partire dalla demografia, senza che si colgano segnali di invertire la tendenza; e lo sarà sempre di più. Non saranno quindi misure solo economiche, incluse le “borse di impiego”, a dissuadere i giovani dall’andarsene altrove. Perché a spingerli è un bisogno vitale: cercano futuro.
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