Banche centrali al bivio inflazione

Per questo l’attesa è del volo del corvo sull’Eurozona; più dubbi in Usa dove la forza delle colombe (Trump) è maggiore. Avremo un Atlantico monetario più largo?

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Banca Centrale Europea
Banca Centrale Europea

Nell’universo simbolico delle banche centrali (Bc) il falco è il rigore monetario mentre la colomba rappresenta le politiche monetarie espansive. Ora però le immagini di impianti petroliferi in fiamme della “guerra iraniana” richiamano a un’Eurotower nei panni del falco. Il motivo è che il greggio che brucia annuncia inflazione cui Francoforte potrebbe reagire alzando i tassi.

Molti analisti danno questa probabilità vicina al 100%. La cosa preoccupa la politica. Lo ricorda il ministro del Tesoro Giorgetti sostenendo che «sarebbe grave gestire il caro energia con una stretta monetaria». I timori riguardano sia il suo effetto recessivo che le conseguenti maggiorazioni dei costi del credito (mutui, ad esempio) ai clienti/elettori. Vale lo stesso negli Usa; anzi toni tra Casa Bianca e Fed sono molto più aspri.

Sono due i motivi. Uno è che la politica rischia di pagare la stretta delle autorità monetarie in consenso. Poi, ed è più importante, i governi temono gli effetti della crescita dei tassi sulla tenuta, via debito sovrano, della finanza pubblica. Per questo la settimana entrante sarà difficile per Fed e Bce che per decidere il 17 e 18 marzo rispettivamente riuniranno Comitato Monetario e Consiglio Direttivo.

Il fatto è che la sacralità del “custode della moneta” ha di recente perso terreno e, specie oltre atlantico, la sua indipendenza è sfidata. Eppure, l’inflazione è il cavaliere nero contro il quale le banche centrali, specie la Bce, sono pronte a combattere. Per questo si apprestano a frenare la crescita dei prezzi originata dalla scarsità di materie prime e prodotti strategici indotta dal conflitto.

Purtroppo, le autorità monetarie dell’Occidente hanno pochi giorni e molte difficoltà ad individuare lo scenario più probabile entro cui attuare le decisioni da prendere. La principale incognita è la durata della guerra. Infatti, senza de-escalation, sarà la politica monetaria in prima linea contro l’inflazione spinta dai prezzi di petrolio e gas. Se breve, invece, sarà un non-problema. Ma è un’incognita.

Inoltre l’Eurotower vorrà di certo evitare l’errore del 2022 quando l’inflazione di allora, spinta dall’incrociarsi della crisi energetica prodotta dall’operazione militare speciale di Putin in Ucraina con gli effetti della ripresa del post Covid, fu sottovalutata. La Bce la valutò transitoria ed evitò pertanto di prendere decisioni di politica monetaria di contrasto. È il rischio di un errore che certo l’autorità monetaria europea vorrà evitare.

Scuse della presidente di Bce Lagarde comprese. Poi Francoforte mise in atto una stratta che bloccò l’inflazione. Difatti prima di questa guerra l’attesa era di ulteriori tagli dei tassi nominali giunti, al netto dell’inflazione, ad essere negativi. Ora la stabilità dei prezzi appena conseguita in Euroarea, è di nuovo in dubbio. Quindi, con l’inflazione che rispunta l’Eurotower vorrà evitare interventi tardivi.

Ecco perché molti analisti considerano chiusa la stagione della riduzione dei tassi. A ciò si potrebbe obiettare che è inflazione bellica, cioè importata. E che, quindi, frenare l’economia alzando i tassi fa solo recessione. A ciò, peraltro, si oppone la cultura delle Bc che più che contro gli aumenti immediati puntano a rompere le aspettative d’inflazione. In questa prospettiva il freno dell’incremento dei tassi ha una sua precisa logica.

Per questo l’attesa è del volo del corvo sull’Eurozona; più dubbi in Usa dove la forza delle colombe (Trump) è maggiore. Avremo un Atlantico monetario più largo? —

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