L’ultimo saluto a Bossi e il tramonto del Nord: il federalismo resta un’incompiuta
Da Cesare Correnti a Adriano Olivetti, una storia di sconfitte. Il grido inascoltato di Illy e Cacciari: «Così perdiamo il Settentrione». Il Veneto anello debole di un’autonomia diventata "carta igienica"

Parce sepulto, per dirla con Virgilio. All’addio a Umberto Bossi, officiato a Pontida, rischiano di accompagnarsi le esequie a quella questione settentrionale di cui il leader di un’altra Lega aveva fatto una bandiera nel 1990, proprio sul prato della simbolica località bergamasca. Quel vessillo peraltro accompagna ab illo tempore una sequenza di sconfortanti sconfitte fin dall’unità d’Italia: basta rileggere l’articolo “Finis Longobardiae” scritto nel 1861 dal parlamentare lombardo Cesare Correnti, in cui rivendicava (del tutto inutilmente…) la specificità del Nord.
Nel vuoto sono caduti tutti i tentativi da allora messi in atto: compresi quelli operati su un terreno non politico, come la battaglia (perduta…) contro il centralismo statale condotta negli anni Cinquanta da Adriano Olivetti, che peraltro diffidava dei partiti.
L’esperienza gli avrebbe dato ragione. Né la destra né la sinistra hanno mai messo mano seriamente alla questione: è stata la Lega di Bossi a dare la sveglia, obbligando tutte le forze politiche a includere nel loro vocabolario la parola “federalismo”; comunque senza mai crederci davvero. Rarissime le eccezioni, con epicentro a Nord Est: esemplari le campagne (perdenti e perse…) di Massimo Cacciari, isolatissimo nella sua stessa sinistra, e di Riccardo Illy; giunto quest’ultimo a lanciare (inascoltato) il monito di «Così perdiamo il Nord», mettendo in guardia contro il rischio di una secessione silenziosa degli italiani dall’Italia. Come suggerisce Cacciari, è stato Bossi a proporre e imporre una questione giusta ma in modi sbagliati. A lasciarla appassire è stato ed è il sistema dei partiti: incluso quello del Senatùr, il cui successore l’ha buttata nel cestino; non a caso apertamente contestato ieri ai funerali del vecchio leader.
Eppure il tema è più che mai attuale, e con particolare forza a Nord Est; ancor più nel suo anello debole che è il Veneto. Basta rivisitare gli archivi, con il catalogo dei nodi strategici mai sciolti e dell’inquietante sequenza delle incompiute, cui nessuna parte politica ha mai dato risposte risolutive; con urticanti ricadute su un presente, e ancor più su un futuro, su cui gravano i ritardi indecorosi delle infrastrutture, la devastante emorragia dei cervelli, uno scenario demografico da brivido; e sono solo alcuni esempi.
È un Veneto con un ceto politico insignificante a livello nazionale, dove non riesce a esercitare il minimo peso. Ma ne risentono anche le due regioni confinanti, malgrado il regime di specialità: Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige possono contare su una condizione diversa in tema di autonomia e finanza; ma devono far fronte in egual misura al gravame di quella burocrazia romana che è il braccio armato di un centralismo radicato nel Dna italico fin dalle origini.
È desolante prassi odierna quella di battere le mani nel momento della morte a chi si è aspramente attaccato in vita; e non può certo sottrarsi alla regola una figura della personalità di un Bossi, che pure non è affatto esente da critiche sostanziali e sostanziose.
Ma sarebbe stato forse meglio riservarsi uno spazio di silenzio, in cui meditare sulla validità della sua battaglia più autentica: un settentrione tutt’oggi mal-trattato da quell’Italia di cui pure è componente vitale. La terapia sarebbe stata il federalismo, oggi più che mai preso a sberle da un centralismo brutale, che lo ha ridotto alla condizione denunciata dal grande giornalista Giorgio Lago già nel 2002: essere diventato la carta igienica del riformismo all’italiana, meno ce n’è più lo si risparmia.
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