Perché i figli non sono una proprietà dei genitori
Dal modello ideale di crescita e protezione fino alla brutalità di un padre violento nel Nordest, una riflessione sul fallimento educativo di chi trasforma la famiglia in luogo di paura

Solo nel film Avatar i figli e i giovani sono formati magnificamente dalla famiglia e dal gruppo sociale: sono vitali, fieri, coraggiosi, amati.
Ahimè, non si tratta della specie umana.
Quando parliamo di noi stessi ci troviamo inseguiti, forse da sempre, dai dilemmi su quale sia il modo migliore per educare i figli per farne dei buoni cittadini e delle persone equilibrate. Si tratta di trovare strategie all’interno di una vastissima gamma di comportamenti genitoriali. Obbiettivo complesso, che esigerebbe studio e altissima attenzione: i figli sono il nostro contributo al futuro.
C’è invece un brutto romanzo del vivere (accaduto in questi giorni e nel nostro Nordest) che ha invece come protagonista un padre violento, e come vittima un ragazzo umiliato e picchiato.
Storiacca non nuova, anzi ha un sapore anacronistico che parrebbe riportarci al passato. A lungo tollerata, persino considerata come formativa e giustificata come necessario e responsabile raddrizzamento dei figli nati storti, la violenza famigliare, spesso paterna, è testimoniata tanto dalla letteratura quanto dal cinema.
Parole e immagini si sforzano di raccontare un’infamia dell’umano comportamento, con la speranza che questo mostrare, e ragionare, possa funzionare come un efficace vaccino contro un virus orribile. Un Covid dei sentimenti. Fortunatamente, per molti padri e madri, la violenza sui figli è inconcepibile.
Così è stato per mio padre. Ma una parte ancora resiste ad ogni terapia. Purtroppo la violenza nelle relazioni è una risposta accelerata di fronte alle difficoltà poste dalla realtà, dal vivere, dal mondo stesso.
Rivela che non si ha energia emotiva, e strumenti razionali, per affrontare gli effetti delle relazioni che sono dipese anche dal proprio comportamento. Accelerare porta a colpire, perché il tempo per la ricerca di una soluzione non è alla tua portata.
Vale per una cinghiata, una coltellata fuori da una discoteca, per un attentato contro i civili, per un bombardamento alle città. Cambia la scala, l’intensità, non le motivazioni: l’incapacità di gestire tensioni e conflitti, di operare con mezzi lenti, di convertire la violenza in azione modificativa di sé e dell’altro.
Naturalmente sarebbe consolatorio aprire i giornali, o consultare i media, e trovare come unica notizia quella di un padre violento. Invece si aggiunge alle immagini, quotidiane, della violenza non puntiforme, quella non domestica ma estesa a collettività intere.
Fortunatamente la storiaccia in questione ha avuto un esito positivo grazie all’intervento di un’insegnante di sostegno, a cui il ragazzo aveva segnalato le violenze, e al pronto lavoro delle forze dell’ordine. A dimostrazione, per chi ne abbia bisogno, che i figli non sono di proprietà dei genitori, che i minori hanno diritti che la società tutela.
Probabilmente, in questo caso, nessuno insorgerà per dire che lo stato doveva mantenersi fuori dal perimetro familiare. Che è stato invasa l’autonomia del focolare. Una cinghiata non ha lo stesso fascino dei funghi tossici raccolti nel bosco. E nemmeno del bosco stesso...
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