Gallio e Germanio: il risveglio amaro dell'Europa "fuori mercato"
Dalla gloria di Lecoq e Winkler al monopolio di Pechino. La dipendenza strategica dalle materie rare mette a nudo la fragilità del Vecchio Continente: «Siamo bersagli immobili su un divano di lusso»

Il gallio fu scoperto nel 1875 da un chimico che, non sorprenderà, era francese è si chiamava Paul-Émile Lecoq. È un metallo raro, molto fragile, di colore argenteo con lieve sfumatura azzurra. Si utilizza per pacemaker, dispositivi per la risonanza magnetica, semiconduttori e armi nucleari. Nei primi dieci anni di questo secolo veniva prodotto per il 30 per cento in Europa quando in Cina la sua presenza era del tutto marginale. Poi le cose sono cambiate.
Pechino ha investito in questa risorsa considerata strategica mentre dalle nostre parti si è combinata la debolezza delle politiche industriali e lo snobismo diffuso nei confronti delle attività di estrazione: l’ultimo impianto continentale, ungherese, è stato chiuso nel 2015. Oggi la quasi totalità dell’elemento noto come Ga, numero atomico 31, viene lavorata e venduta nella terra del Dragone. E noi lo compriamo da loro.
È stato un disastro strategico, la conseguenza di una grossolana mancanza di visione, per nulla isolata vista la storia del tutto analoga del germanio, svelato al mondo nel 1886 da Clemens Winkler - ovviamente tedesco, tanto per non smentire il nazionalismo onomastico della chimica - e oggi proprietà quasi esclusiva dei cinesi. L’unica buona notizia è che siamo consapevoli dello smacco. L’Unione Europea è impegnata a stimolare la produzione interna delle materie rare “critiche” nel tentativo di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Meglio tardi che mai. Intanto, l’ex celeste impero controlla oltre il 70% della raffinazione mondiale di 17 elementi essenziali per la difesa e la tecnologica. Per i Ventisette di Bruxelles è una sfida economica nell’immediato e di sopravvivenza in un futuro possibile e non lontano.
Ci vorranno sino a venticinque anni per arrivare a un flusso estrattivo adeguato nel nostro continente. Secondo un rapporto dell’Istituto Ue per gli studi sulla Sicurezza (Euiss) «un approccio basato solo sull’Europa è impossibile». Una soluzione sarebbe concentrarsi sulle strutture proprie di estrazione e raffinazione, in coalizione con i grandi Paesi che hanno interesse a bilanciare lo strapotere di Pechino come Brasile, India, Vietnam, Malesia e Congo. Ci si dovrebbe alleare per acquisti comuni e per proteggersi insieme dalle vendite sottocosto, possibilmente con un piano di dazi intelligenti.
È un caso manifesto di politica industriale da costruire. Uno dei tanti. Ancora più chiaro nel tempo in cui Trump e Xi civettano col diabolico intento di spartirsi il mondo. «Siamo soli, ma insieme» ha ricordato Mario Draghi, indicando la via chiara a molti, quella della riduzione della dipendenza strategica e della diminuzione dell’esposizione esterna, questioni che si sposano al continuo deterioramento del tessuto tecnologico.
La risposta è solo una vera politica industriale europea finanziata collegialmente per una competitività che favorisca la ricerca, le imprese e il lavoro. Accordi e progetti comuni, dunque, inseriti nel completamento del mercato unico.
Tutto giusto. Però, mentre il mondo e la storia corrono, l’Europa è costretta dalle capitali a camminare. Il solo fabbisogno di investimenti stimato per la difesa è salito da 800 a 1200 miliardi in due anni. Siamo lenti e concentrati sull’oggi, schiavi dei dogmi del passato. Siamo obiettivi immobili che necessitano di una sveglia. Perché essere un bersaglio seduto su un divano, per quanto di antica e solida fattura, non è meglio che cercare di correre ai ripari.
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