Perché l’Italia difende il diritto di veto nella Ue

Francia, Germania e altri nove Stati chiedono la maggioranza qualificata per evitare i blocchi. Governo diviso: Meloni difende lo status quo, Tajani favorevole ma non firma

Marco ZatterinMarco Zatterin

Succede che undici Paesi dell’Unione europea abbiano chiesto di abolire il voto all’unanimità nelle decisioni di politica estera. Lo hanno fatto per evitare (ad esempio) che si ripetano le esasperanti esperienze dell’era Orbán, anni in cui la sola Budapest ha bloccato tutte le altre capitali al momento di decidere per l’Ucraina e contro la Russia.

La filosofia di fondo è impedire i veti dei singoli, soprattutto quelli esercitati in chiave ostruzionistica, così da dare più efficacia e rapidità all’azione del blocco Ue. I grandi sono d’accordo, fra i firmatari dell’appello ci sono Francia, Germania e Spagna, insieme con Austria, Danimarca, Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania e Svezia.

Non è una sorpresa che manchino i piccoli, però colpisce l’assenza di un unico pezzo grosso, l’Italia, disinteressata al progetto e, oltretutto, divisa sulla missione. Meloni e Salvini difendono lo status quo, mentre Tajani la vede altrimenti, ma non ha sottoscritto il testo degli Undici perché a Roma, come in ogni sistema realmente democratico, non serve l’unanimità per stabilire cosa fare e cosa no. La maggioranza qualificata è il sistema di voto più comune al Consiglio Ue ed è usato per adottare circa l'80% della legislazione comunitaria. Il consenso di tutti i Ventisette (gli astenuti non contano) è richiesto per riscrivere i Trattati e in alcune materie ritenute dalle capitali più sensibili, ovvero l’adesione all’Unione, la cittadinanza, le tasse, la giustizia e il diritto di famiglia, l’armonizzazione nel settore sociale e, appunto, la politica estera.

In queste aree è possibile imporre un veto e sbarrare la strada agli altri. Nel dominio fiscale i danni sono evidenti, perché se uno Stato come l’Irlanda pratica una tassazione ridicola sulle imprese, l’Europa non è in grado di riequilibrare il quadro senza l’assenso di Dublino; la conseguenza è che le imprese e le amministrazioni degli altri Stati ne soffrono parecchio e non c’è niente da fare se le regole non cambiano.

Dice Meloni: “Non credo che l'Ue debba essere un club nel quale il più forte impone la propria volontà agli altri". Pensa Tajani (e buona parte dei leader europei): “Non credo che l'Ue debba essere un club nel quale uno possa impedire agli altri Ventisei di fare ciò in cui credono”. Gli undici dell’appello hanno anche un malcelato sospetto che, dietro alla difesa del veto, si celi una predisposizione a indebolire l’Europa per ragioni di politica interna. Se Bruxelles non funziona, e spesso non funziona, è un ottimo capro espiatorio per le inefficienze nazionali. I sostenitori dell’integrazione continentale ritengono che, con le dovute cautele e i giusti pesi, l’abolizione dell’unanimità darebbe mordente all’azione dell’Ue. In fondo, l’Ungheria che rappresenta circa il 2% della popolazione europea e lega le mani a tutti gli altri crea le stesse condizioni di un condominio in cui si potesse sostituire la caldaia rotta solo se ogni singolo inquilino dà il pieno assenso. Un bell’incubo, non c’è che dire. È una fonte di mal di testa brutta e inadeguata alla rapidità dei tempi dalla quale l’Europa dovrebbe finalmente riuscire a liberarsi. E non soltanto perché il veto, per definizione e assonanza, è sempre a rendere.

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