La nuova legge elettorale e il nodo del ballottaggio: la strategia per contenere Vannacci

Le trattative del centrodestra alla vigilia dell'esame al Senato. Il dilemma tra l'alleanza con Futuro Nazionale e il "voto utile" al secondo turno

Carlo BertiniCarlo Bertini

Chi l’avrebbe detto ai padri costituenti che ottant’anni dopo il loro sforzo di voltare pagina dal ventennio mussoliniano, sarebbe stato un partito neofascista a ispirare la nuova legge elettorale della Repubblica italiana? La massima espressione delle regole della democrazia del Paese? Di certo, il democristiano Alcide De Gasperi, il comunista Palmiro Togliatti e il socialista Lelio Basso non avrebbero immaginato un simile sviluppo del quadro politico. Europeo, prima che italiano. La nuova parola d’ordine per la legge elettorale in incubazione a cura del governo è: ballottaggio.

Il vento gonfia le vele delle formazioni xenofobe e securitarie in tutto il mondo; e si dà il caso che Futuro nazionale sia in costante ascesa (8 per cento nei sondaggi, sopra Lega e Forza Italia). Al punto da determinare le scelte sulle nuove modalità di voto, depositate entro domani dal centrodestra prima dell’esame in aula al Senato. E la fretta richiede decisioni tempestive. Tanto da provocare un turbinio di contatti degli sherpa di Meloni, Salvini, Tajani e Lupi: centrati non sulla parità di genere esclusa dal testo; non sulle preferenze per la scelta degli eletti; ma su un nodo più importante: prevedere o no un doppio turno di voto, il cosiddetto ballottaggio, per non rischiare una sconfitta, calamitando i voti di Vannacci al secondo turno. Senza essere obbligati a coalizzarsi con una formazione estremista e foriera di imbarazzi anche per Ignazio La Russa. Potendo contare al secondo turno sul “voto utile” per battere le sinistre. Lasciando comunque al generale gli scranni parlamentari conquistati al primo giro. Ben sapendo che il politico che è in lui riuscirebbe comunque a farsi ripagare con gli interessi un endorsement al secondo turno tutto da contrattare.

Il male minore e più indolore, si direbbe: peccato che da trent’anni la destra sia ostile ai ballottaggi, considerati una carta vincente per il centrosinistra, al punto da depositare una legge per eliminarli nelle tornate per i sindaci. Perché l’elettorato di centrodestra è considerato meno incline a votare due volte di seguito, rispetto a quello più “militarizzato” della sinistra. E anche la Lega di Salvini sarebbe contraria: non a torto, il Capitano ritiene che il ballottaggio farebbe lievitare i consensi del generale al primo turno: gli scontenti e i delusi sarebbero liberi di esprimere al primo giro di boa un voto di protesta, per dirigersi su un voto di governo al secondo round.

Meloni invece ritiene sia il ballottaggio il solo modo per non escludere del tutto dalla contesa l’ex parà, evitando al tempo stesso il rischio di arruolarlo nell’alleanza.

A dire il vero, come ha ricordato il costituzionalista Stefano Ceccanti a luglio in Senato, «la campagna bipartisan sul ballottaggio è attiva da mesi, in una logica di sistema, di riduzione del peso delle formazioni estreme». E il doppio turno faceva parte delle tesi della Bicamerale di D’Alema redatte da Sergio Mattarella. Sarà dunque interessante vedere come si regolerà la sinistra, se questa “rivoluzione sistemica” sarà introdotta. Specie dopo che Carlo Calenda ha dichiarato che in un secondo turno porterebbe il suo 3 per cento e passa di voti in dote al centrosinistra...

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