Tre ricette per far tesoro dello schiaffo islandese

Il referendum reietta l'adesione: un campanello d'allarme politico sulla perdita di fascino e sulla burocratizzazione di Bruxelles

Giancarlo Corò

Il no degli islandesi all’avvio della procedura di adesione dell’UE non va sottovalutato. Non tanto per le implicazioni dirette del referendum, praticamente irrilevanti per i cittadini europei, quanto per il suo valore simbolico, che in politica conta, eccome.

Come altri fenomeni che abbiamo osservato nell’ultimo decennio – dalla Brexit alla crescita dei movimenti sovranisti, alle divisioni su istanze cruciali come immigrazione, sicurezza, difesa – il segnale giunto dall’Islanda conferma la perdita di appeal dell’UE come istituzione utile a governare beni e servizi comuni.

Il problema è che questo avviene mentre il vecchio ordine globale è in crisi e assistiamo a un perentorio ritorno sulla scena dei grandi attori geopolitici. In tale contesto la frammentazione europea rischia di lasciarci più deboli e indifesi, riducendo la capacità di decidere su molte delle questioni cruciali del futuro, siano esse economiche, sociali, tecnologiche, militari. Non basta tuttavia denunciare i pericoli della disintegrazione europea.

Dobbiamo fare tesoro degli errori compiuti, provando a rilanciare una nuova e più efficace fase di integrazione. Ora, se in passato l’iniziativa europea ha senz’altro contribuito al rinnovamento dei sistemi istituzionali nazionali – favorendo libertà di circolazione, estensione dei diritti, disciplina di bilancio, diffusione di buone pratiche, economie di scala e maggiore concorrenza, ecc. – a un certo punto la burocratizzazione ha preso il sopravvento, dando sempre più l’idea che a Bruxelles si sia creato un apparato amministrativo chiuso, condizionato da grandi gruppi di interesse, poco permeabile ai bisogni delle persone e delle imprese.

Inoltre, il fatto che l’UE sia sempre più ostaggio di logiche e veti nazionali, accentua l’impressione di un sistema inefficace e inconcludente, che limita l’iniziativa politica invece che promuoverla. Per superare questi vincoli bisognerebbe agire su più piani. A partire da una maggiore circolazione dei dirigenti e dei funzionari di Bruxelles nelle istituzioni nazionali e regionali a conclusione di uno o due cicli di servizio.

Si tratta di un’operazione tutto sommato semplice, il cui obiettivo è ridurre il rischio di creare una “casta” di tecnocrati lontani dalle realtà, fornendo al contempo la spinta alla diffusione di una cultura amministrativa europea.

In secondo luogo, bisogna potenziare il programma Erasmus, incoraggiando l’applicazione a scuole professionali e progetti imprenditoriali, e includendo anche le associazioni di volontariato interessate a un servizio civile europeo. Sia la circolazione tra amministrazioni pubbliche, sia quella dei giovani in formazione, aiuterebbe lo sviluppo di linguaggi comuni e di una società civile europea più matura e consapevole.

Un terzo piano, di natura istituzionale, sarebbe affiancare allo schema intergovernativo del Consiglio europeo e a quello partitico del Parlamento, entrambi basati sulla dimensione nazionale, una rappresentanza dei territori, creando un Senato delle Regioni europee (attualmente sono 270) con poteri in materia di politica economica e sociale. Di fronte alle sfide del nostro tempo, è illusorio pensare di chiudersi all’interno dei propri confini. Ma per favorire l’integrazione europea abbiamo bisogno di promuovere una maggiore condivisione di linguaggi e valori nella società.

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