La ritirata di Trump di fronte a Xi
Il tycoon si era convinto che l’Aquila americana avrebbe potuto tenere il Dragone cinese tra gli artigli: non è andata così

Trump ospite di Xi a Pechino. Un vertice complicato dalla guerra commerciale a colpi di dazi e controdazi innescata da The Donald e da quella, a suon di bombe, all’Iran, grande fornitore di petrolio dell’energivora potenza cinese.
Sullo sfondo la questione delle questioni: il confronto tra due Imperi in aperta competizione strategica, obbligati, per ora, non solo a evitare il conflitto aperto ma anche a collaborare per continuare a esportare , importare, garantire flussi finanziari e tecnologici vantaggiosi per entrambi: a gestire, dunque, un’ostilità stabilizzata.
Tornando alla Casa Bianca, Trump si era convinto che l’Aquila americana avrebbe potuto tenere il Dragone cinese tra gli artigli: non è andata così. Come rivela l’obbligata retromarcia sui dazi a Pechino al 145% di fronte alla ferma reazione di Pechino, sfociata nel divieto di esportare negli Usa le terre rare decisive, come del resto i chip americani, per lo sviluppo della rivoluzione tecnologica in corso.
Un campo di battaglia, quello disseminato di trincee di silicio, nel quale Pechino punta a diventare tecnologicamente autonomo, spezzando ogni vincolo di necessità con Washington, mentre il capitalismo Usa continua a dipendere dalle catene di approvvigionamento cinesi.
Tenere aperti i commerci è, dunque, un imperativo per Washington; come conferma la stessa composizione delle delegazione che accompagna il fautore del business as usual Trump: uno stuolo di amministratori delegati e presidenti di aziende del capitalismo tecno, di grandi banche, istituti finanziari, imprese.
Ma per quanto possa tornare a Mar al Lago con qualche lucroso affare in tasca, compresi quelli invocati da agricoltori e allevatori della vasta America di mezzo che ancora gli tributa consenso, la realtà è che sia la rischiosa guerra commerciale a Pechino sia quella, fallimentare, all’Iran, hanno indebolito Trump. Attaccando Teheran, The Donald , che con il blitz in Venezuela aveva già colpito gli interessi cinesi nel “giardino di casa” americano, puntava a infliggere un nuovo e più duro colpo a Pechino, avido consumatore dell’oro nero persiano.
Ma, com’era chiaro a tutti, fuorché agli avventurieri al potere a Washington, il regime di Teheran, sempre più dominato dai Pasdaran, non era quello, logoro, di Maduro. Così tra una passeggiata al Tempio del Cielo e un faccia a faccia nella Città Proibita, Trump vorrebbe indurre Xi a convincere gli iraniani a siglare un accordo che gli consenta di salvare la faccia.
Nel tentativo di limitare i danni in vista di quelle elezioni di Midterm che potrebbero trasformarlo, quanto meno, in “anatra zoppa”. Difficile che Xi lo faccia senza contropartite: Pechino ha riserve energetiche per qualche mese, più o meno il lasso di tempo di cui dispone l’Iran per logorare Washington nelle calde acque di Hormuz.
Aprire lo Stretto è interesse comune ma Pechino non intende farlo senza far pagare costi politici agli Usa: a partire da una più marcata presa di distanza da Taiwan. La guerra, poi, oltre a distoglie la pressione militare Usa nel Pacifico , terremota le alleanze americane in Europa e nel Golfo.
La competizione strategica, se non deflagra, prevede l’indebolimento del competitore: la Cina lo fa sfruttando i molti errori statunitensi. Anche perché il confuciano Xi pensa in termini di trasformazioni di lungo termine, mentre l’immobiliarista della Casa Bianca in quelli di accordi commerciali a breve.
Riproduzione riservata © il Nord Est



