Terrore dell’inciucio, dialogo bloccato
Le opposizioni vedono le crepe in maggioranza e cercano l’affondo. Con la vittoria all’orizzonte, niente intese bipartisan

Tavoli e intese bipartisan per affrontare la crisi? Impossibili. Malgrado il disastro intorno a noi, i due poli si fronteggiano e se le danno senza un barlume di spirito unitario su nessuno dei dossier cruciali: guerra, energia, crisi industriali. Meloni finge di aprire al dialogo, ma ha il terrore che le vengano imputati “inciuci”. Le opposizioni fingono di esser pronte a discutere di cose serie “e non di sistemi elettorali per procrastinare il vostro potere”, ma vedono la ferita nel fianco del nemico e aspettano di infilzarlo. Meloni si dice “disponibile ad una cabina di regia”, chiesta da Calenda per affrontare le priorità strategiche del paese. Ma fa notare irridente che “finora la risposta non è stata positiva, all’ inizio del conflitto in Iran ci hanno detto che volevamo organizzare passerelle...”.
E dal Pd, che vede una speranza di vittoria all’orizzonte, porte sbarrate.In effetti l’impressione che trasmette il governo di centrodestra dai banchi del Senato non è quella dei giorni migliori. Grisaglie blu e tailleur d’ordinanza, per il drappello di ministri corsi a circondare la presidente del consiglio come in un abbraccio protettivo tra i velluti rossi dell’aula di Palazzo Madama. Che Tajani e Salvini siano entrambi assenti è già un segnale di sfilacciamento; un altro sono i ripetuti accenni degli oratori di turno al “se governerete voi...”.
Terzo indizio di pessimismo diffuso, le facce: quelle dei ministri soprattutto. Malgrado una premier sempre caustica, che dispensa sferzate agli avversari, malgrado i siparietti con Matteo Renzi finiti a ridere. Solo per lei però, perché quando il “fu rottamatore” la incolpa di aver nominato Giuli ministro invece di lasciarlo “a suonare sui prati il flauto di Pan”, lui sforna un risolino terreo e per i successivi due minuti guarda fisso nel vuoto. Dai banchi delle opposizioni invece risate compiaciute. E se l’aria mesta dei ministri e il buon umore (ingiustificato per mancanza di leader e strategia) del campo largo è ciò che traspare dal linguaggio dei corpi, il resto è poca cosa.
Energia, produzione industriale, fisco, crescita, potere di acquisto delle famiglie: tolto il fatto che nessuno ha avuto il buon gusto di porre una domanda sul dramma sociale dell’ Electrolux, sui velluti damascati di Palazzo madama restano infatti solo i resti di una battaglia verbale.
Un elettore che avesse assistito al match tra le opposizioni e la premier sull’agenda dei prossimi mesi avrebbe difficoltà a farsi un’idea di come il governo aggredirà l’ultimo anno di legislatura. Salvo che per una cosa: l’avvio di un ambizioso “piano casa” per restituire “una boccata di ossigeno” a chi ne ha bisogno. Il resto avvolto nella nebbia. «Sull”energia il governo lavora da tempo”, replica la premier a Calenda che con grande gentilezza le fa notare come “non basti più un decreto bollette” perché la situazione è drammatica.
E a Renzi che le chiede invece brusco quali siano le proposte per i prossimi mesi, lei placida risponde che i tre pilastri del suo governo resteranno gli stessi: rafforzare i salari, incentivare le aziende che investono, sostenere famiglie e natalità. Con la stella al petto del “piano casa”, 100 mila alloggi: “Riusciremo a farli? Non lo so, se ci sarete voi al governo spero che non lo annulliate, certe cose possono andare in continuità...”. Dietro il colpo alla sinistra, ecco un indizio che Giorgia sembra scommettere meno su un suo bis nel 2027.
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