L’Aquila e il Dragone: la partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina tra dazi, intelligenza artificiale e Taiwan
Nonostante la convivenza turbolenta e la competizione tecnologica sull’Ia, i “Signori dei Due imperi” sono costretti a dialogare per governare gli equilibri mondiali.

Trump incontra Xi e annuncia, enfaticamente, «passi da gigante» nelle relazioni tra i loro paesi. Il leader cinese preferisce sottolineare «la responsabilità storica di Cina e Stati Uniti», poste orgogliosamente sullo stesso piano, nel governare il mondo. I Signori dei Due imperi sono, dunque, obbligati, nonostante divergenze e competizione, a interloquire.
Una convivenza divenuta turbolenta nella seconda era trumpiana, quella in cui The Donlad ha accentuato il suo unilateralismo.
La Cina ha risposto senza indugio alla sfida dei dazi, avendo leve produttive, finanziarie, tecnologiche, per costringere il tycoon a non andare all’affondo. Davanti agli artigli dell’Aquila americana, il Dragone cinese ha risposto mostrando i denti. E la partita è finita in sostanziale pareggio. Episodio saliente della politica che la Città Proibita riassume nella formula «stabilità strategica costruttiva»
La “calda” accoglienza alla Casa Bianca di Xi ha una ragione. Trump ha bisogno almeno di una benevola non ostilità da parte del leader cinese. Il presidente Usa è impantanato in Iran, e oscilla, come si è visto anche all’Onu, tra la pulsione a mettere fine a un conflitto che non è andato come voleva e la minaccia di «distruggere» il nemico.
Una guerra divenuta, oltretutto, oggetto di divisione interna: per ragioni ideologiche – il neo-isolazionismo, elemento costituente del movimento Maga, è stato oscurato– ed economiche: la ripresa dell’inflazione legata all’aumento del prezzo del carburante causato dalle tensioni sui mercati mondiali.
Malcontento diffuso che, unito a quello dell’opposizione, a Midterm potrebbe fare di Trump un presidente dimezzato, un’“anatra zoppa”. Premere su Pechino perché induca gli alleati iraniani a accettare un’intesa capace di salvargli la faccia, in cambio della continuità del regime, è più che una necessità.
Certo, la Cina ha interesse a logorare l’America, tenendola lontana dal Pacifico e impegnata in Medioriente, dove le forze armate Usa consumano grande parte della loro dotazione di missili antimissili e mettono a dura prova mezzi e uomini per difendere Israele e paesi del Golfo. Ma il controblocco della U. S. Navy incide sui flussi di greggio iraniano importato dall’energivora Cina, che a sua volta non può sopportare la chiusura prolungata di Hormuz. Trump conta sull’interesse di Xi per toglierlo dai guai.
L’eventuale sostegno cinese, però, non è gratuito. Pechino chiede la proroga dell’accordo di Busan, che preserva l’attuale livello del commercio con gli Usa che, a loro volta, lamentano esportazioni contenute delle strategiche terre rare. Ancora, la Cina auspica che il sostanziale “disinteresse” trumpiano per Taiwan continui.
Quanto all’Ai, la competizione resta aspra: nemmeno il dialogo bilaterale in materia sembra poterla contenere. Del resto, è Trump a sostenere che chi la controlla, ha il mondo. Una rigerarchizzazione del potere che il Xi fedele evocatore della “Trappola di Tucidide” intende contrastare.
Riproduzione riservata © il Nord Est



