L’emergenza abitativa e i limiti del mercato

Dagli affitti alle stelle di Madrid e Berlino alle case vuote in Italia: la crisi abitativa riapre il confronto sui limiti della proprietà privata. L’esproprio, previsto dalla Costituzione con indennizzo per motivi di interesse generale, viene indicato come extrema ratio

Diego Marani
Emergenza casa, l’esproprio torna al centro del dibattito:
Emergenza casa, l’esproprio torna al centro del dibattito:

Maricarmen Abascal ha 87 anni, vive su una sedia a rotelle e abitava da quando era bambina nell’appartamento di Madrid da cui oggi è stata sfrattata. Dai 500 euro di affitto che pagava al mese, la società proprietaria ne pretende ora 2.650, a fronte di una pensione di 1.350.

La sua vicenda è diventata il simbolo di qualcosa che supera largamente Madrid: la casa sta diventando una delle grandi emergenze sociali dell’Occidente. Non riguarda più soltanto i poveri ma raggiunge le classi medie che non possono più permettersi di abitare nelle città dove lavorano.

A Berlino i canoni sono quasi raddoppiati dal 2014. Nel 2021 quasi il 60% dei votanti si pronunciò in un referendum a favore della “socializzazione” di circa 240.000 appartamenti appartenenti ai grandi gruppi immobiliari. Mica una fantasia bolscevica: l’articolo 15 della legge fondamentale tedesca prevede che terra e mezzi di produzione possano essere trasferiti alla proprietà pubblica con indennizzo. Su questo tema Elif Eralp, la candidata sindaco di Die Linke a Berlino, ha vinto le elezioni.

In Italia dal 2019 al 2025 gli affitti nelle città sono aumentati molto più dei salari. Il paradosso è che le case non mancano: secondo gli ultimi dati circa 9,6 milioni di abitazioni risultano non occupate. Il problema dunque non sta nel costruire ma nel pensare la città. Negli ultimi decenni la casa è diventata un prodotto finanziario. Fondi d’investimento, grandi società immobiliari e piattaforme turistiche competono per accaparrarsi un bene di cui le persone hanno bisogno per vivere. Il Gaza Riviera di Trump è l’esempio più brutale di dove può arrivare la speculazione sulla casa.

Diventa allora lecito un tabù: l’esproprio. Perché scandalizzarsi? L’esproprio è lo strumento con cui gli ordinamenti liberali stabiliscono i limiti della proprietà privata quando entra in conflitto con l’interesse generale. L’articolo 42 della Costituzione riconosce e garantisce la proprietà privata, ma stabilisce anche che la legge ne determina i limiti per assicurarne la “funzione sociale” e che essa può essere espropriata, con indennizzo, per motivi d’interesse generale.

Naturalmente non si tratta qui dell’esproprio delle seconde case di piccola proprietà. Ma se migliaia di alloggi sono nelle mani di grandi operatori finanziari, interi quartieri diventano oggetto di speculazione e una parte crescente della popolazione non riesce più ad accedere alla casa, può lo Stato limitarsi ad assistere?

Prima dell’esproprio vengono le case popolari, il recupero degli immobili pubblici, la tassazione delle case lasciate vuote, la regolamentazione degli affitti turistici. Ma escluderlo per principio significa dimenticare che nelle democrazie europee la proprietà non è mai stata un diritto assoluto.

Una società civile deve impedire che il diritto di proprietà prevalga su ogni altro. In questo senso l’esproprio può smettere di essere una bestemmia ideologica e tornare a essere ciò che le nostre Costituzioni prevedono: non l’abolizione della proprietà, ma il suo limite estremo.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est