Trump gioca sulla pelle del mondo
Il presidente Usa non sa come uscire dalla guerra all’Iran, che sta vincendo militarmente ma rischia di perdere politicamente

Trump non sa come uscire dalla guerra all’Iran, che sta vincendo militarmente ma rischia di perdere politicamente. La mossa di Teheran, allargare il conflitto ai paesi del Golfo e bloccare il transito di Hormuz alle navi dei paesi alleati degli Usa, sta funzionando.
Provocando gravi tensioni economiche a livello globale e nuove fratture politiche tra Washington e quello che, almeno sino all’avvento del secondo Trump, era considerato il mondo a guida americana.
Ora che si è reso conto che il regime di Teheran non cadrà, né cederà, facilmente come ogni potere ideologico, l’inquilino della Casa Bianca cerca una soluzione che gli consenta di salvare la faccia.
Per chiudere la guerra deve poter dire di avere vinto. Da qui le condizioni poste a Teheran, che assomigliano a una richiesta di resa incondizionata: tra queste, la rinuncia al nucleare e all’armamento missilistico a medio e lungo raggio, la consegna dell’uranio, il controllo condiviso dello stretto di Hormuz, la fine del sostegno ai movimenti dell’Asse della Resistenza, a partire dall’Hezbollah libanese. Dei 15 punti trumpiani, forse, la partita sul nucleare, alle condizioni previste dal trattato JPCOA firmato da Obama, dal quale proprio Trump uscì durante la sua prima amministrazione, è la più praticabile.
Su altre Teheran è più rigido e, a sua volta, chiede, garanzie perché il conflitto non riprenda nel prossimo futuro, la chiusura delle basi militari nella regione, il risarcimento dei danni economici, ma anche l’alt alla guerra di Israele in Libano e nei confronti dei palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania. Come si può capire, su questi presupposti le prospettive d’intesa sono assai labili.
Dunque, occorre trovare un’intesa che consenta a Trump e agli iraniani di proclamare ciascuno vittoria, potendo vantare un risultato rilevante. Un quadro complicato dalla guerra nella guerra di Netanyahu, che ha avviato l’invasione del sud del Libano, deciso a fare di quel territorio, e non per tempi brevi, la fascia di sicurezza del confine nord di Israele.
Un conflitto che ha già prodotto centinaia di migliaia di sfollati e rischia di far deflagrare il fragile castello dello stato multiconfessionale rivierasco, da oltre mezzo secolo preda delle fibrillazioni mediorientali. Netanyahu si oppone a qualsiasi soluzione che consenta all’Iran di uscire in piedi dalla guerra: e punta, oltre che a impedirne l’accesso al nucleare, a ridurne l’influenza nella regione. Sulla fine dello sviluppo del sistema missilistico di Teheran, poi, resta intransigente.
Trump pensava di chiudere il conflitto in pochi giorni e senza troppe conseguenze. Ha compiuto un colossale errore di valutazione. Ora se n’è accorto e teme contraccolpi interni e per la sua visione affaristica della storia. Così alterna fasi di acuto scontro, all’evocazione di possibili vie negoziali.
Strada che, concretamente sta perseguendo, in qualità di potenza mediatrice, anche il Pakistan, paese alleato degli Usa, confinante con l’Iran e che, al suo interno, ha una minoranza sciita, sia duodecimana che ismailita. Resta il fatto che le mosse e le richieste di The Donald appaiono contraddittorie, generando diffidenza anche tra i più realisti dei suoi nemici. Nessuno è sicuro di potersi fidare di lui. Una condotta che, a Teheran, favorisce il rifiuto dei falchi, contrari a ogni cedimento. Grande confusione sotto le stelle, diceva qualcuno, ma la situazione non è affatto eccellente!
Riproduzione riservata © il Nord Est





