Il petrolio vola e l’Italia corre verso la recessione
Lo scenario dopo l'operazione contro l'Iran: inflazione rovente e tassi in salita. Senza il paracadute del Pnrr, il Pil sarebbe già sottozero. L'analisi: «Serve coraggio, non solo attesa»

Ogni volta che il petrolio è aumentato del 50 per cento rispetto al prezzo medio del lungo periodo c’è stata recessione. Segniamocelo bene, perché sta succedendo adesso: il greggio, con tutta la frenata di ieri, ha chiuso il 60 per cento sopra al valore che ha segnato i mesi precedenti l’operazione militare speciale americana e israeliana nell’odioso Iran. Vuol dire che, se non ci saranno repentini cambiamenti di scenario, siamo attesi da un periodo di crescita negativa. La dinamica del Pil scivolerà in rosso, bollette e spesa diventeranno roventi, l’inflazione supererà il livello di guardia, i tassi saliranno, l’aumento del costo del gigantesco debito italico creerà problemi di cassa per il governo. Potrebbe essere meno grigia, se si farà in fretta. Ma il rischio di una fase di sofferenza è tristemente concreto.
I numeri non confortano. L’Italia sarebbe già sottozero se non fosse per il contributo del Pnrr, ovvero della pioggia di miliardi sotto forma di prestiti agevolati e sostegni a fondo perduto ottenuti dall’Ue.
L’espansione di mezzo punto per il 2025 (stimata dall’indipendente Ufficio parlamentare di bilancio) sarebbe già negativa di almeno due decimi senza i soldi europei. Il 2026 promette, secondo le stime ufficiali, un progresso dello 0,7 % (0,4 secondo Upb), che al netto del Piano di ripresa e resilienza sarebbe appena positivo. La Bce ha già tagliato le stime di tre decimi per l’Eurozona.
Gli analisti suggeriscono che da noi la frenata potrebbe essere nell’ordine di mezzo punto, per colpa della dipendenza energetica e della debolezza infrastrutturale. Risultato: si va sott’acqua, tra i 2 e i 5 decimi di punto. Peggio del previsto, del necessario e dell’auspicabile. Un rapido esito della Epica Furia di Donald e Bibi potrebbe limitare il passivo, anche se il rientro dalla zona dei danni sarà in ogni caso più lento della caduta.
Politicamente, ha senso che l’Europa continui sulla strada che ha intrapreso sinora e, come la Cina, continui a non farsi trascinare nel conflitto contro Teheran. Certe volte restare immobili può essere difficile, ma ora ha l’aria d’essere essenziale. Serve a evitare che gli effetti economici siano amplificati da quelli politici e a scongiurare la destabilizzante minaccia di una nuova ondata di attacchi terroristici.
Occorrono nervi saldi e lungimiranza. Bene che stiano avanzando le intese commerciali europee – l’India, il Mercosur da maggio, e a stretto giro potrebbe essere finalizzato il patto australiano –, in attesa di capire quanto e come colpirà la prima guerra di Trump, quella commerciale. Però ogni Stato dovrà pensare a mettere le mani nel suo motore, accettando che – più o meno intenso – il virus ci ha già colpito.
L’Italia ha serie ragioni per accantonare il classico «speriamo che me la cavo», e attaccare la recessione che ci guarda da vicino. L’anno che manca ufficialmente al voto può essere un problema, portare più parole che fatti. Tuttavia, attendere complicherà il quadro a danno dei cittadini. Occorrono riforme, strutturali davvero. Sostegno alle imprese e a chi lavora.
Attenzione a sanità, welfare e istruzione. Spinta alla rete e all’innovazione. Bisogna agire subito senza guardare alla mazzata che arriva, anticipando il corso e l’esito della crisi. Si può programmare un lieto fine per minimizzare gli impatti. Non in nome della sopravvalutata resilienza – quella che ci fa trovare dove eravamo quando passa lo tsunami. Ma in quello della resistenza – che ci porta avanti, oltre la tempesta.
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