Meloni perde l'aura di invincibilità, il Nordest "salva" il Sì al Referendum
Vittoria politica del No trainata dal Sud e dalle regioni rosse. La premier alle prese con la prima crisi di stabilità, mentre Zaia e Fedriga si confermano padroni del "Partito del Nord"

Un’onda emotiva ha portato a una rilevante mobilitazione elettorale. Ed è stata la mobilitazione dei “motivati” a fare la differenza, assegnando la vittoria al No, trainata dalle regioni “rosse” (e dal Sud), mentre a puntellare il Sì è stato il Nordest con la Lombardia.
Proprio perché il quesito era tecnico, il verdetto risulta nettamente politico. Ovvero, a vincere è stata la narrazione che lo ha semplificato meglio – lo sfregio alla Costituzione – nel quadro della politicizzazione crescente degli ultimi giorni. Quella che ha portato a votare anche molti giovani, per i quali si può parlare – dopo le manifestazioni pro-pal degli scorsi mesi – di un secondo “battesimo” alla socializzazione politica.
E, infatti, dalle parti di Fratelli d’Italia ci si è affrettati a dire che la sconfitta non incide sulla tenuta del governo, e Renzi - che di referendum costituzionali “letali” ha una certa esperienza - ha dichiarato che dieci anni or sono prese atto del risultato e se ne andò. Precisamente la conseguenza “fine di mondo” che Giorgia Meloni aveva voluto escludere sin da subito, mentre adesso appare innegabile che si troverà alle prese con un serio problema. Con questa sconfitta la premier perde la sua aura di invincibilità, e l’esecutivo vede scalfita la sua stabilità, ovvero quanto aveva costituito il suo principale asset pur al cospetto di una navigazione non precisamente brillante (e decisamente di piccolo cabotaggio).
Per il destracentro si apre così una stagione di fibrillazioni che andranno a incidere sull’esecutivo, insieme a una ferita, che sarà difficile da rimarginare, nei confronti di una magistratura uscita assai rafforzata da questo giudizio dell’opinione pubblica. A spiccare come soli vincitori nel fronte sconfitto del Sì – ed è un elemento alquanto interessante – sono i governatori leghisti di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Lombardia. Il segnale che il “partito del Nord”, simbolicamente (e drammaticamente) convocato dai funerali di Umberto Bossi, rappresenta un soggetto esistente e non più una pura suggestione politologica – e si tratta, quindi, ora di capire se l’esito referendario sarà il catalizzatore per la sua effettiva discesa in campo.
Ma anche l’altro schieramento, quello del sinistracentro dove si festeggia, è chiamato a una serie di scelte importanti, se vuole trasformare la battuta d’arresto meloniana in una chance di vittoria al prossimo giro elettorale. E la decisione non più rinviabile, se si vuole cavalcare quest’onda, è fare un programma davvero comune e individuare – ecco il problema – il (o la) leader di tutti, superando la controproducente competizione fra Elly Schlein e Giuseppe Conte (che, detto per inciso, ha meno consensi della “concorrente”).
Da parte del fronte progressista non basta affermare, come sentiremo frequentemente nei giorni a venire, che «la destra si può battere»: la sua missione dovrebbe essere quella di porre le condizioni affinché questa bocciatura del governo risulti il preludio alla costruzione di un’alternativa reale, capace di convincere la prossima volta la maggioranza degli elettori. Perché vincere una battaglia (referendaria) non è sufficiente per prevalere in guerra (le elezioni politiche).
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