Il miraggio trumpiano sul cambio del regime iraniano
Secondo il presidente, i nuovi leader della Repubblica Islamica sono «molto più ragionevoli». Quello che non è cambiato è il destino del popolo iraniano, che ora si trova una nuova leadership che si vede legittimata persino dallo stesso Trump

Per mantenere un equilibrio mentale, è importante trovare un elemento di positività anche nelle situazioni più difficili. Ecco, le relazioni internazionali, in questo, non sono diverse dalla vita comune. Quando, nel febbraio 2026, gli Stati Uniti hanno aperto le ostilità nei confronti dell’Iran, il panorama non era solo fosco. Era decisamente oscuro. Tranne che per un elemento: la possibilità che l’improvvida decisione di Donald Trump di muovere guerra a uno dei Paesi più importanti del quadrato mediorientale potesse portare a una sua democratizzazione.
Ora, a distanza di 4 mesi, Trump reclama la sua vittoria. Non solo stringendo una nuova pace di Versailles (l’ultima, dopo la Prima Guerra Mondiale, non ha aiutato a trovare un duraturo e virtuoso equilibrio nelle relazioni internazionali), ma proclamando che – sì – gli Stati Uniti sono riusciti a fare anche questo. L’ormai celeberrimo «regime change». Sul suo social X, il Presidente Usa ha annunciato «un cambiamento totale di regime» in Iran a seguito dell’Operazione Epic Fury. Alla luce di quale principio?
Secondo Trump, i nuovi leader della Repubblica Islamica sono «molto più ragionevoli». D’altronde, chiosa, «il primo regime è stato eliminato. Il secondo regime è stato eliminato. Ora, il terzo gruppo di persone con cui abbiamo a che fare non è così radicalizzato».
Insomma, a sentire Trump, un enorme successo, una mossa vincente giocata da una posizione di forza: gli Stati Uniti avrebbero potuto – secondo il loro presidente – continuare la guerra, ma ci si è magnanimamente fermati per non «provocare una catastrofe economica».
Sempre sui social, plaudono a questa lettera i membri della United Against Nuclear Iran, organizzazione politica statunitense che si proclama senza scopo di lucro e apartitica, costituita per contrastare le minacce poste dalla Repubblica Islamica dell’Iran. A fronte di «gambe strappate, braccia strappate, volti sfigurati» (citazione letterale), nessuno ha mai fatto niente in 47 anni – dicono – sino a quando Trump non ha deciso di colpire duramente gli ayatollah.
Ora, su una cosa Trump ha ragione: il regime change c’è stato. La definizione di cambiamento di regime indica non solo il processo di modifica del sistema politico, ma anche quello della leadership. E la leadership, apparentemente, è mutata. Regime change non implica automaticamente democratizzazione.
Il problema è proprio questo. Chi farà qualcosa per quei «volti sfigurati»? Quello che non è cambiato è il destino del popolo iraniano, che ora si trova una nuova leadership che, con questo accordo, si vede legittimata persino dallo stesso Trump.
Tuttavia, l’abbiamo detto all’inizio: è necessario mantenere un pensiero positivo. Rifugiamoci allora nella speranza che gli americani, alle elezioni di mid-term del prossimo novembre, riflettano sull’operato di un presidente che, oltre a fare senza sosta gaffes da bar sport, ha semplicemente messo una toppa all’enorme voragine che il conflitto Usa-Iran avrebbe potuto portare.
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