Torna il centro, ma ha bisogno di contenuti veri
Si sta creando lo spazio per un’offerta rivolta a un elettorato “moderato”, ma l’ipotetica formazione deve risultare portatrice di una proposta credibile

Si è improvvisamente rimesso in moto in queste ore il cantiere del centro. Quello che guarda a sinistra, e potrebbe fornire una preziosa gamba aggiuntiva rispetto a un “campo (poco) largo” spostato a sinistra. E a uno schieramento di sinistracentro dove il Pd, che ne è il perno assai in salute, rischia di ritrovarsi circondato da “cespugli” tutti di sinistra.
Pagando pegno, per giunta, a un M5S in crisi e che, a dispetto delle aspettative malrisposte che circondavano la sua definitiva conversione nel «PdC» (il partito personale di Conte), ha ripreso ad avanzare dei distinguo e si è trincerato dietro la fumosa definizione del movimento dei «progressisti indipendenti».
L’insofferenza pentastellata, d’altronde, si spiega pure con l’attivismo al centro, sebbene rimanga ancora tutto da vedere l’effetto concreto che ne sortirà.
Per il momento i fatti sono i seguenti: le dimissioni di Ernesto Maria Ruffini dalla direzione dell’Agenzia delle entrate, accompagnate dalla negazione che questa scelta corrisponda a una sua “discesa in campo” nell’agone politico, rivendicando però anche il suo «diritto di parlare» e non lesinando le critiche al governo Meloni considerato “amico degli evasori fiscali”.
Rinfocolando, così, i rumors e le suggestioni sulla sua individuazione da parte di alcuni autorevoli protagonisti del cattolicesimo democratico quale nuovo rappresentante generazionale di quella cultura politica che fatica ad avere riconoscimenti dentro il Pd radical della versione di Elly Schlein.
La decisione di Ruffini è stata salutata con non troppo calore da Matteo Renzi, e da colui che viene ritenuto come l’altro possibile leader di questo famoso-famigerato centro: Beppe Sala, il quale ribadisce come sua priorità il continuare ad amministrare Milano ma, giunto al secondo mandato, sta da qualche tempo scaldando i motori per essere della partita nel nuovo potenziale spazio politico di cui si discute.
E qui appare, in tutta evidenza, uno dei problemi principali: quello, da un lato, del moltiplicarsi dei veti reciproci; e, dall’altro, quello del sovraffollamento di figure con la medesima ambizione (compreso, naturalmente, Carlo Calenda), ancor più grave nella prospettiva che possano rivelarsi dei generali senza adeguato esercito.
Il nodo essenziale, infatti, è che esiste senza ombra di dubbio, seppure inserito in una logica necessariamente bipolare (e, dunque, in questo caso, in un fronte progressista), lo spazio per un’offerta rivolta a un elettorato che non ama la radicalizzazione e gli eccessi polarizzanti, definibile, per quanto il termine corra il rischio di essere a volte un po’ abusato, come “moderato”.
Ma questa ipotetica formazione non può essere costituita mediante un approccio che venga calato dall’alto, né può apparire come un “partito contadino” (per riesumare un lessico da Paesi del “socialismo reale”) dei dem.
E deve risultare portatrice di una proposta credibile, rivolta innanzitutto a quei ceti medi in difficoltà che si stanno prevalentemente rivolgendo alla destra – e, in tale logica, deve poter identificare anche un interlocutore delle forze centriste presenti nell’altro schieramento (Forza Italia, in primis), esercitando così un contrappeso “di sistema”.
Si chiama riformismo, e non può essere uno slogan – e, per farsene un’idea, si potrebbe leggere cosa scrivevano gli intellettuali de Il Mulino sulla nascita della stagione del centrosinistra (nell’e-book Macinare la Prima Repubblica, curato da Paolo Pombeni).
Riproduzione riservata © il Nord Est



