Il “Re del Nord” a Downing Street: Andy Burnham è il nuovo premier dopo il crollo di Starmer

I laburisti cambiano cavallo per frenare l'ascesa di Farage. Il piano dell'ex sindaco di Manchester: rinazionalizzazioni, edilizia pubblica e una svolta a sinistra per riconquistare i ceti popolari

Renzo GuoloRenzo Guolo

Il “ Re del Nord” è al 10 di Downing Street. La rapida ascesa di Andy Burnham si conclude nella strada più famosa di Londra: naturalmente, dopo l’obbligato passaggio a Buckingam Palace per ricevere la nomina da re Carlo. E, soprattutto, dopo aver sostituito alla guida dei laburisti Keir Starmer. Nel maggioritario britannico, infatti, premier è il capo del partito vincitore delle elezioni ma, a dimostrazione che lo scettro è nelle mani del partito, quest’ultimo può sempre cambiare cavallo. È accaduto, in questo scorcio di secolo, in modo classicamente bipartisan in casa labour, con Tony Blair e Gordon Brown, e in quella tory, con il trio Johnson-Truss-Sunak.

Dunque, per uscire dall’angolo in cui lo ha trascinato l’incolore Starmer, riuscito ad alienarsi, dopo la vittoria del 2024, il consenso dei ceti popolari a causa di una politica economica che ne ha fatto un epigono del blairismo senza nemmeno la Cool Britannia, il Labour si affida all’ormai ex-sindaco di Manchester, una delle grandi aree industriali del Paese, che ha governato bene divenendo popolare. Perso il consenso a sinistra, e assediato a destra dall’impetuosa avanzata del Reform Party di Farage, che dopo aver trascinato il Paese alla Brexit soffia ora sul fuoco dell’immigrazione, Starmer ha dovuto lasciare.

Burnham, che è già stato ministro con Brown – dunque, non è digiuno di esperienza di governo-, non è un radicale alla Corbyn ma è più a sinistra di Starmer . Tra i temi che gli sono cari: una maggiore regolazione dei mercati; la rinazionalizzazione di alcuni servizi pubblici, privatizzati nell’era Tatcher e consegnati a logiche di profitto che accentuano le diseguaglianze sociali senza, peraltro, averne migliorato la qualità; maggiore potere alle comunità locali, anche per “rammendare” le laceranti ferite prodotte, nel tessuto produttivo e urbano, dai processi di ristrutturazione industriale innescati dalla globalizzazione; un piano di edilizia pubblica.

In politica estera, invece, il “Re del Nord” non si distanzierà troppo da Starmer, continuando a riavvicinarsi alla Ue. Strada destinata a sfociare se non nel, per ora, difficile ritorno nelle istituzioni comuni – interdetto da una Brexit sempre più impopolare e che ha provocato la caduta del 7% del Pil –, almeno nel mercato unico e nell’unione doganale.

Prevedibile, invece, il raffreddamento dei rapporti con l’America di Trump e con Israele, e un rilancio di quelli con Germania e Francia nell’ambito dei “volenterosi” per dare forma al primo embrione di difesa, se proprio non comune almeno coordinata: il disimpegno Usa non lascia alternative. A Burnham, che dovrà fare i conti con la finanza pubblica e rassicurare i mercati, i laburisti chiedono, soprattutto, capacità di sintonizzarsi con i bisogni e le istanze dei ceti popolari e di quelli medi ormai in palese difficoltà. E capacità di immaginare e guidare il futuro. Insomma, quella visione che la sinistra, Oltremanica come altrove, ha perso.

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