Liste d’attesa, la classifica Agenas e la realtà dei fatti: perché i dati non raccontano tutta la verità
Registrato un miglioramento nei tempi di garanzia, ma restano quasi 3 milioni di prestazioni fuori limite. Tra intramoenia, rinunce alle cure e medie ingannevoli, il sistema resta in sofferenza

Istruzioni per l’uso: maneggiare con cura. Come tutte le classifiche di qualsiasi tipo, pure quella appena sfornata da Agenas (l’Agenzia pubblica per i servizi sanitari regionali) sulle liste d’attesa va presa con beneficio d’inventario. Soprattutto perché, se è vero che c’è un oggettivo miglioramento con oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più erogati nei tempi di garanzia, è altrettanto inoppugnabile che ne rimangono 2,8 milioni ancora forniti fuori tempo massimo, su un totale di 12,5 milioni di prenotazioni effettuate.
È importante inoltre che il miglioramento riguardi 16 regioni su 21 (19 più le due Province autonome), anche se entrando nello specifico l’incoraggiante dato veneto appare presumibilmente sovrastimato, al contrario di quello friulano verosimilmente al di sotto di quanto realmente accade. Ma restano dettagli in un quadro molto più articolato: in cui la classifica Agenas va letta più come un trend in oggettivo progresso, peraltro in un quadro che rimane decisamente critico.
In realtà, i dati reali sono diversi da quelli delle graduatorie dell’Agenzia. Ad esempio, se un cittadino rinuncia a rivolgersi al servizio pubblico per evitare un’attesa di mesi, e opta per una visita a pagamento nello stesso ospedale ricorrendo al cosiddetto “intramoenia”, questa prestazione esce dal calcolo delle liste d’attesa ordinarie, alterando così il tasso di efficienza reale di quella regione. È inoltre noto che milioni di italiani scelgono di non prenotare affatto, oppure si rivolgono direttamente ai laboratori privati a proprie spese; in tal caso, venendo meno la prenotazione al Servizio sanitario nazionale, la questione sparisce dalle statistiche ufficiali.
Infine, una regione può registrare una media elevata di risposte nell’erogare ad esempio visite dermatologiche, ma esibire tempi biblici (anche fino ad un anno in certi casi) per esami di primaria importanza come le risonanze magnetiche oppure le colonscopie; di conseguenza, la media matematica delle prestazioni nasconde le singole emergenze.
Al di là dello specifico riscontro Agenas, comunque importante per misurare lo stato dell’arte, va chiarito che il nodo delle liste d’attesa in Italia è stato appesantito in modo massiccio dall’impatto del Covid. Nel 2019, prima dello scoppio della pandemia, un milione e mezzo di italiani avevano dovuto rinunciare a curarsi a causa di problemi economici, liste d’attesa lunghissime o difficoltà di accesso. Nel 2023, questo dato è salito a 4 milioni e mezzo di persone: un incremento notevole, dovuto in larga misura proprio alle liste d’attesa, come segnalato dall’Istat.
Di sicuro il Covid ha avuto un impatto disastroso sul problema, sia per il recupero delle prestazioni saltate, sia per la mancanza di risorse professionali (medici e infermieri) adeguate a soddisfare l’aumento della domanda. Ma alla pandemia si è aggiunto un altro dato di forte impatto: l’incremento delle richieste di visite ed esami da parte della classe medica, nella misura del 30 per cento. Ecco perché bisognerà attendere ancora a lungo, prima di rimettere ordine nelle liste d’attesa.
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