La forza seduttiva dell’intelligenza artificiale
Dall'aneddoto del teatro al colloquio intimo di ogni giorno: perché il rischio più grande dell'IA non è la distruzione ma la nostra dipendenza emotiva

Seguendo la discussione che fiorisce e infuria, di nuovo, attorno all’Intelligenza Artificiale (IA), mi è tornata in mente una recente esperienza di un incontro diretto con Lei (o con Essa? She or It?). Non quella che di solito ne facciamo per lavorare, studiare, fare ricerca, o anche solo per curiosità varie.
Si è trattato di un vero confronto con l’Intelligenza artificiale, stavo per dire, in carne e ossa. Che non ha, ovviamente.
Eppure c’era. Partecipavo, con il filosofo Massimo Donà, alla presentazione del libro di un altro esploratore di temi tra filosofia e scienza, Enrico Arduin (Hegel e l’Intelligenza Artificiale. Dialogo con ChatGPT su Assenza ed Esistenza, Inschibboleth, Roma 2025).
Con noi, c’era appunto anche l’IA. Connessa tramite cellulare, la sua voce usciva dalla Rete e risuonava garbata in teatro.
Era certo assertiva, ma pronta a rettificarsi, e perfino a scusarsi (come quando le ho fatto notare che sbagliava l’accento sul cognome di Arduin, mettendolo sulla a invece che sulla i).
All’inizio, l’effetto era un po’ straniante, come quando sentivo la mia vecchia e amata zia Maria ringraziare l’annunciatrice televisiva che presentava i programmi e poi ricambiarle il “buonasera”.
Ma dopo pochi minuti era diventato del tutto normale dialogarvi, porle questioni, replicarle, e infine salutarla cordialmente – proprio come faceva mia zia, nata all’inizio del secolo scorso.
Ho citato questo piccolo episodio per inserirlo nella discussione ora più incentrata sulla possibilità che l’Intelligenza artificiale possa porci sotto il proprio dominio o, in altre profezie di sventura, distruggere il pianeta (anche più in fretta di quanto non stiano facendo il climate change o la “guerra mondiale a pezzi”, cioè le apocalissi già in corso).
Quell’aneddoto, e molte esperienze quotidiane, dovrebbero far riflettere anche sulla forza seduttiva dell’Intelligenza artificiale.
È soprattutto tramite il suo lato friendly e il suo valore d’uso che si radica sempre più non solo attorno ma dentro di noi. L’Intelligenza artificiale è paziente. Non si stanca di ascoltarti, come neanche il migliore amico o il più pagato dei terapeuti farà mai. E non si stanca neanche di risponderti. Anzi, di cercare con te la risposta. Non solo per studio o lavoro. Sempre più persone vi cercano risposte più intime, un’evoluzione della tradizionale consultazione di Google, che trasforma la ricerca in un colloquio. Un’Iintelligenza artificiale il cui bisogno viene interiorizzato e che non è più solo immanente ed esterna.
Sui complessi problemi posti dal suo sviluppo è appena il caso di ricordare la recente enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, con l’esortazione ad “adottare strumenti normativi adeguati” per “contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”, soprattutto perché “i principali motori dello sviluppo tecnologico sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Analogo approccio, consapevole di rischi e vantaggi, con effetti di civiltà che potrebbero valere un salto d’epoca, è in un libro che si presenta come una guida affidabile, Fondazione. I principi della civiltà artificiale (Apogeo, 2026), di Luca De Biase, uno dei principali studiosi del tema, né ottimista né pessimista ma “possibilista”.
Dipende da noi, se farci incantare dalla voce dell’Intelligenza artificiale o ascoltare davvero quello che dice, che non è altro che il sagace utilizzare, connettere e rielaborare l’intera sapienza del genere umano. La nostra.
Riproduzione riservata © il Nord Est



