La minaccia russa e il dilemma del "campo largo": come cambierebbe la politica estera italiana

L'analisi del posizionamento tra Pd, M5s e Avs a un anno dal voto: dal nodo degli aiuti all'Ucraina al rischio di una maggioranza contraria al riarmo

Carlo BertiniCarlo Bertini

A voler stilare una gerarchia delle preoccupazioni degli italiani di qui ai prossimi anni, la minaccia russa dovrebbe figurare al primo posto. Ma perfino chi si dichiara fieramente anti-Putin sembra poco consapevole su quale sia davvero la posta in gioco: una battaglia per la libertà e contro la minaccia di uno sconfinamento in Europa del regime dittatoriale più potente e pericoloso del momento.

A sentire però i leader del campo largo, questa minaccia non è tale da influenzare i programmi di chi potrebbe un domani sedere a Palazzo Chigi. E dunque c’è da chiedersi come potrebbe essere fronteggiata questa minaccia dopo un’eventuale vittoria alle elezioni di un centrosinistra composito e bicefalo, pronto a sconfessare la linea di politica estera tenuta fin qui dal governo Meloni. L’istanza di una popolazione, in maggioranza contraria ad ogni azione di guerra, così come all’invio di armamenti, ma silenziosamente spaventata da un’invasione di droni, dal rischio di una continua violazione dei confini informatici; o peggio ancora, dal vedersi piombare la guerra in casa propria

Resistenza

A onor del vero, malgrado la resistenza di uno dei tre partiti di maggioranza contrario al riarmo, ma disciplinato quando si è trattato di votarlo in Parlamento, il governo Meloni ha tenuto bene la trincea, senza tentennamenti.

Farebbe altrettanto un governo Conte-Schlein? Ad un anno dal voto, questa è la domanda che si pongono tutti coloro che considerano la spregiudicatezza e le provocazioni di Putin alla stregua di quelle operate quasi un secolo fa dalla Germania nazista. Cosa farebbe dunque il centrosinistra al potere? Destinerebbe i fondi per armamenti richiesti dall’Ue al welfare? Procederebbe ad uno smantellamento degli aiuti autorizzati ogni sei mesi dal Parlamento? Da chi si dovrebbero sentire più garantiti gli italiani su questo aspetto, cruciale per il futuro del paese e per l'Europa? Nella coalizione progressista, due forze contrarie al riarmo, M5s e la sinistra di Avs, potrebbero superare per numero di parlamentari il peso numerico del Pd, quindi per la prima volta dal dopoguerra, in Italia potrebbe formarsi una maggioranza filo-russa, irrobustita dai voti aggiuntivi di Lega e vannacciani quando si trattasse di votare i decreti di rifinanziamento degli aiuti militari.

Sensibilità

Il vertice del Pd del resto è poco sensibile al tema, Elly è tiepida sull’argomento, al punto da non aver trovato il tempo di salutare Zelensky neanche quando è venuto a Roma. A sentire l’inner circle della segretaria, Schlein dovrebbe essere ancora più radicale nelle sue uscite pro-diritti, pacifiste e di sinistra, perché oggi il Pd governativo e riformista non tira più e può rischiare l’estinzione, come avvenuto alla Spd in Germania e ai socialisti francesi. Giuseppe Conte non a caso da mesi detta l’agenda del “campo largo”, giocando d’anticipo sulla leader Pd: quindi si è affermato come l'interprete più credibile di questa linea oltranzista, risulta favorito dai sondaggi e potrebbe facilmente diventare il capo di un governo Conte ter, una sorta di Andreotti del duemila. O almeno essere il titolare della nostra politica estera in un governo Schlein. Quali garanzie offrirebbe dunque un esecutivo con il solo Matteo Renzi e gli amici di Più Europa a guardia del fortino pro-Ucraina? E quanto potrebbe durare questo esecutivo se la guerra andasse avanti con una escalation di azioni volte a destabilizzare l’Ue? Tutto ciò pone l’elettorato di una metà del paese nella scomoda posizione di dover scegliere se valga la pena gettare dalla torre il governo Meloni per far salire a palazzo Chigi (e dopo due anni al Colle) esponenti di un governo, se non filo-russo, certo poco filo-Nato e per nulla proteso a dotare il paese di mezzi adeguati per la difesa e la sicurezza dei confini.

Prima istanza

La prima istanza degli elettori progressisti dovrebbe in teoria essere la lotta al nuovo fascismo internazionale e al neo-nazismo 2.0, che minaccia oggi i paesi liberi: con una molteplicità di azioni a tutto campo che con tutta evidenza presentano similitudini con quelle messe in atto novanta anni dal Fuhrer ai danni dell’Europa. I cyberattacchi, le incursioni di droni, i sabotaggi industriali con esplosioni e incendi in Polonia, Germania, Estonia e Bulgaria, le incursioni aeree nei cieli di Romania e paesi baltici, le campagne di disinformazione.

Invece, stando ai sondaggi, la maggioranza dell'elettorato è poco sensibile a tutto ciò, perfino di fronte alle notizie di possibili attacchi all'Italia: il sostegno militare ed economico all'Ucraina non trova adepti specie tra i sostenitori dei partiti del “campo largo” alla vigilia di una campagna elettorale tutta in salita. Quindi Conte, Bonelli, Fratoianni, ma anche Salvini e Vannacci, cavalcheranno il No alle armi. Meloni, Tajani, Renzi, Calenda e forse Schlein terranno la linea pro-Ucraina. E ciò non può che sollevare nuovi interrogativi sull’antica classificazione tra destra e sinistra.

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