La scommessa dei governi per garantirsi il consenso

Da Roma a Washington si frenano i prezzi dei carburanti guardando alle urne. Ma se la crisi geopolitica dura, il rischio sono i distributori vuoti. I palazzi della politica temono di pagare i costi dell’energia in voti

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Si frenano i prezzi dei carburanti per ottenere consenso
Si frenano i prezzi dei carburanti per ottenere consenso

La crescita dei prezzi dei carburanti segna il rischio di scivoloni elettorali.

Logico che la politica vi sia attenta. Di qui il favore di Roma, come di Parigi, per gli interventi su benzina e gasolio di Eni e Total. Nondimeno, la preoccupazione è generale. Tant’è che alla Casa Bianca, vicine le elezioni di midterm, si parla di convertire l’export di gasolio in offerta interna per calmierarne il prezzo. Ma, per gli economisti, così si incentiva il consumo di una risorsa scarsa.

Però, si sa, l’economia è la scienza triste. Quindi, di mestiere dice spesso cose poco piacevoli. D’altra parte i palazzi della politica temono di pagare i costi dell’energia in voti. Insomma, hanno di necessità il consenso come priorità.

Gli economisti, viceversa, temono che gli incentivi distorcano gli allarmi sull’offerta di carburanti segnalate dai prezzi. In mezzo i consumatori che, secondo una ricerca di Trasport & Environment, da febbraio in Ue hanno subito uno shock aggiuntivo di 53 miliardi di euro.

Sono argomenti forti per i governi che temono più gli elettori che le analisi sui difetti dei prezzi sovvenzionati. Ragionamento politico comprensibile in specie nel Belpaese dove il costo del carburante per il 49% è materia fiscale. Peraltro, per i governi le sovvenzioni sono il primo “salvagente” a disposizione. Inoltre, al di là del pessimismo degli economisti, qualche accordo internazionale è possibile. Quindi, i sussidi sono politicamente razionali. Pur essendo una scommessa certo azzardata.

Alla cui base, probabilmente, c’è la consapevolezza degli esecutivi che il mercato è in una sorta di paradosso petrolifero. Nel senso che il prezzo del petrolio dipende più dalla geopolitica che dall’economia. Nel senso che l’oro nero è potenzialmente abbondante.

Tant’è che a inizio 2026 il mercato del greggio era un mercato del compratore. Significa che, per eccesso di offerta, gli acquirenti avevano il potere di incidere sui prezzi. Tant’è che a gennaio, pur con caveat, Goldman Sachs ammetteva possibili cali di prezzo.

Poi la guerra in Medioriente e, da ultimo, i reciproci attacchi alle infrastrutture energetiche di Kiev e Mosca hanno imposto l’ombra del rischio sul mercato.

Ecco allora la scommessa politica: ritenere probabile la fine della ostilità e il ritorno alla situazione precedente. Viceversa, l’azzardo è che si gioca il consenso su di una scacchiera di eventi poco controllabili. Il rischio, anche post bellico, è di inseguire una speranza e trovarsi a fare i conti la scarsità fisica di greggio e, soprattutto, di derivati tra cui i carburanti.

Situazione, per i danni subiti dagli impianti, verosimilmente destinata a perdurare. Quindi, pare che la scommessa del nostro e di altri governi sia di bypassare la crisi concentrandosi sulla tutela del consenso: cioè frenare i prezzi via moral suasion (Eni) e/o tagli fiscali sui prezzi. Insomma, è la razionalità del consenso a prevalere. Per la triste scienza, il rischio sono i distributori vuoti. Pur con dubbi, meglio fare il tifo per i governi.

 

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