Se la disumanità diventa ordinaria: due suicidi in carcere, ma internet festeggia

La brutalità in rete: «Due in meno»; «Se avessero rigato dritto non sarebbero stati lì». Il sociologo: «Diffusa insensibilità, frequente cinismo, che preparano ulteriori sofferenze»

Gianfranco BettinGianfranco Bettin
Due rose sul cancello del carcere di Padova dopo i due suicidi
Due rose sul cancello del carcere di Padova dopo i due suicidi

Cos’è meglio che sia, il carcere, un luogo di mera disperazione, e un costo pesante, umano ed economico, oppure un luogo che rigenera la vita, un investimento che recupera e restituisce alla società, appunto, risorse umane ed economiche?

Sulla carta – la Carta fondamentale, la Costituzione – è tutto chiaro, all’articolo 27. Il carcere va gestito con umanità, rispettando diritti che a nessuno devono essere negati, con il metodo della rieducazione e la finalità del reinserimento.

Basta un po’ di intelligenza per capire che, per una società, è questa la scelta più conveniente e razionale, oltre che più umana: far sì che, nella temporanea detenzione, si prepari un futuro diverso. Una funzione che vale doppio, dunque, se la si esercita secondo il dettato costituzionale.

Una funzione che però, in realtà, raramente è garantita. I suicidi appena avvenuti nel carcere di Padova, ennesimi di una lunga serie, lo dimostrano.

Ogni vita è unica, e anche ogni morte, ma, nelle tragedie del Due Palazzi, sembra gravare il clima diventato molto più pesante verso le persone detenute (nel 2025 sono stati 75 i suicidi nelle carceri italiane, più altri 4 di operatori interni, in questo gennaio sono già 6, mentre si moltiplicano, a decine, le nuove fattispecie di reato e le leggi in gran parte o in toto solo punitive di fronte ai problemi spesso in toto o in gran parte sociali ed educativi e si intasano le carceri: a Padova su una capienza di 432 posti ci sono 678 detenuti, mentre su 445 dipendenti previsti ce ne sono solo 310, da cui fatica, stress e difficoltà di lavoro).

Quanto al caso padovano, viene da dubitare che non si sia ancora ben compresa da parte dell’attuale amministrazione centrale della Giustizia l’importanza del modello qui sviluppato con iniziative, dell’istituzione e del volontariato, di forte efficacia (sociali, educative, culturali, teatrali, lavorative e di promozione dell’integrazione e dei percorsi successivi).

Iniziative che, mentre garantiscono diritti e umanità nel presente e dentro i pur “ristretti orizzonti” del carcere, preparano al rientro nella comunità riducendo drasticamente le recidive.

Chi punta, invece, sulla centralità dell’afflizione e diserta il piano previsto dal dettato costituzionale, produce nuovi insopportabili costi umani e toglie ogni senso alla stessa funzione carceraria, ridotta a mera espiazione e costo. L’insensatezza che diventa sistema, istituzione totale e sterile.

Proprio gli ultimi due suicidi lo confermano: un giovane che puntava a ritrovarsi come padre e come persona, umiliato e picchiato, e un anziano ergastolano sradicato d’improvviso, dopo 38 anni, dal contesto in cui aveva comunque ritrovato un senso alla vita, vengono precipitati nella disperazione.

In questo quadro, e di fronte a questi esiti tragici, è importante che il Comune di Padova, come da sua tradizione, e il nuovo presidente della giunta regionale Alberto Stefani, abbiano ricordato il dovere di rispettare i diritti anche delle persone detenute assicurando i rispettivi impegni.

Non è ovvio, infatti: c’è una diffusa insensibilità, un frequente cinismo, che non preparano soltanto ulteriori sofferenze a chi è recluso ma nuove derive che possono far male alla comunità tutta. Proprio il “modello Padova”, invece, dimostra che altre vie sono praticabili, che è possibile riaprire percorsi positivi di vita di cui tutta la comunità può giovarsi.

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